A sinistra monta un certo fastidio per il Partito della Nazione renziano. Forse per l’abbraccio con Denis Verdini come più volte denunciato dalla minoranza Dem. O forse per il disgelo nelle ultime settimane dei rapporti fra Juncker e il Premier Renzi. Chissà. Quel che è certo, nella sostanza, è il nodo irrisolto di una politica economica che sul piatto non vede sia in Europa, sia in Italia la ripartenza degli investimenti e della spesa in conto capitale. Tutto continua a essere lasciato nelle mani della BCE e del suo coraggioso presidente. In cambio gli stati cedono al primato tedesco, alla non-egemonia politica di stampo nordico. Nel frattempo, la sinistra europea sembra disinteressarsi sempre più delle sue politiche tradizionali disancorandosi ideologicamente a tal punto da spostare il suo bacino di attrazione elettorale. Questo è un punto molto delicato: una porzione non piccola del mondo del lavoro la sta abbandonando se guardiamo soprattutto a due paesi come Francia e Italia, le cui politiche hanno posto, al loro vertice, la flessibilità lavorativa e l’accoglienza tout court. E’ la globalizzazione bellezza! In molti ancora credono che l’adattamento a nuove contingenze sia solo tattico e non strategico. C’è da dubitarne. Il problema della sinistra nella sua globalità è irreversibile perché con lo scoppio nel 2008 della crisi economica internazionale era chiaro ai più che ci sarebbe stato un rafforzamento delle forze di sinistra, o sedicenti tali. Sono le risposte che da quella parte lì sono venute a non essere state sufficientemente adeguate. E questo non solo ha aperto nuove strade a quelle masse diseredate dei loro storici partiti di riferimento, ma ha anche dato legittimità e forza ai populismi che meglio si sono adattati nei paesi europei al voto protestatario e degli elettori delusi

La crisi della socialdemocrazia e del post-comunismo non nasce però solo da fattori internazionali, dalla caduta del muro, da un nuovo tipo di capitalismo tecno-finanziario e dal conseguente declino industriale degli ultimi decenni. Vorremo dire a Massimo D’Alema che le premesse della trasformazione della sinistra, quanto meno nel caso italiano, c’erano tutte già sul finire degli anni ’70, quindi molto prima del crollo sovietico. Ci si riferisce al compromesso storico, a quella stagione di apertura condiscendente che ha aperto le porte a Ciriaco De Mita, alla sinistra-democristiana disgelando un rapporto di contrapposizione che perdurava dal secondo dopoguerra. Tutto questo non è storia dei tempi che furono: è mera attualità. Perché la riproduzione di quella conformazione, di quell’inciucio, nel quale si è disposti a tutto pur di arrivare al potere, è quello che vediamo nei partiti di governo attuali. Togliere il trattino tra la parola centro e la parola sinistra, amalgamare storie politiche del tutto diverse fra loro, prima in funzione anti-Caf e poi in nome dell’anti-berlusconismo rende il renzismo odierno facilmente comprensibile anche a chi non ricorda la storia e gli errori -uno dopo l’altro- che le classi dirigenti della sinistra italiana, da Berlinguer in poi, hanno commesso con effetti, come sappiamo, nefasti durante la stagione dello stragismo e deleteri nell’immediata stagione post-comunista nella quale abbiamo assistito a governi, a sinistra, traballanti perché le alleanze si facevano con tutti e quindi con nessuno.

Il merito del Presidente del Consiglio è indubbiamente quello di aver riverniciato il partito democratico, detto “federatore” e, specialmente, di aver aperto ad un’ allenza centrista. Quindi escludendo l’estremismo di partito ( e anche di elettori) per tentare di abbracciare altre categorie sociali. Certamente non pensiamo che questo schema possa riprodurre nel 2016 lo stragismo rosso, la lotta ideologica che negli anni “70 vi fu -e non era del tutto immotivata se ripercorriamo le mosse politiche del PCI dell’epoca. Ma, la domanda che dovrebbe sorgere spontanea è: chi o cosa sta già pescando in quel bacino elettorale che non ha alcuna intenzione di seppellire le sue tradizionali politiche di appartenenza. quelle fasce di popolazione impiegatizie o a bassa specializzazione che ingrossano paesi deindustrializzati, o percepiti come tali?  Quali marchi partitici sigilleranno alle urne? E soprattutto: mano a mano che si va avanti siamo così sicuri che il malcontento degli sconfitti della globalizzazione rientrerà nei ranghi? Mala tempora currunt.