Nonostante un modello economico e produttivo che funziona perchè alimentato dalle disuguaglianze tra un Nord ricco ed un Sud del mondo oppresso e depauperato, nonostante un’èlite finanziaria che si fa forza sulla capacità di imporre il proprio modello di vita e di consumo facendolo passare per “libera scelta dei popoli”, nonostante un modello di produzione improntato al consumo oltre ogni misura, questo mondo è ancor il migliore dei mondi possibili. Questo mondo , sempre meno a misura di uomo, con tutte le sue pecche, l’inquinamento e la disuguaglianza sociale, l’alienazione e la superficialità, rimane il migliore dei mondi. Probabilmente tale convizione, sedimentata nell’animo dell’uomo post-moderno in maniera così radicale da farsi certezza e, per questo, inoppugnabile a qualsiasi ragionamento logico o disquisizione filosofica, è stata alimentata dalla visione di una ricchezza abbondante e poiché visibile, concreta e per questo, raggiungibile. L’unico motivo di conforto in uno scenario sconfortante è ancora per tutti il mito “della crescita”. L’unico motivo per cui il dibattito pubblico debba essere incentrato sulla questione: “in questo trimestre il PIL è aumentato o diminuito ?” è la relazione lineare che l’èlite ha postulato tra benessere collettivo e crescita del PIL. Ma non solo. Lo sgomento che assale la classe dirigente quando gli economisti sostengono che non vi è stata crescita del Pil risiede nel timore che la speranza di un risollevamento, di una ripresa possa venire meno. Perchè l’individuo moderno ha legato le proprie sorti individuali alla crescita del PIL in maniera così stretta che un suo venire meno può essere la fine della speranza, la fine del desiderio, la fine dell’illusione, in definitiva, la fine dei consumi.

La convinzione che viviamo nel migliore dei mondi possibili, come abbiamo detto, deriva dalla convinzione che tutto ciò che si desidera sia a portata di mano e l’uomo non abbia più alcun limite. Non limiti materiali, ma prima di tutto immanenti alla sua stessa natura, alla sua identità. Non si tratta della solita manfrina sulla potenza della mente, sul credere in sé stesso, sul cambiamento personale che hanno fatto il successo degli scrittori di libri di PNL.
E’ la possibilità offerta all’uomo moderno di modellerare il sé individuale, psicologico e fisico, a seconda delle sue esigenze e della situazione. La società di oggi insegna che l’identità sessuale non è una né data, ma è mutevole e , se si desidera, anche mutabile più e più volte. Uomini che si trasformano in donne e viceversa, individui che sentono di appartenere ad alcun sesso o, al contrario, ad entrambi. Uomini che possono esperire la fantastica sensazione di divenire madri, donne che invece assumono il ruolo di padre. E se neppure la biologia si pone come limite al divenire umano, perchè dovrebbe esserlo per altri aspetti dell’esistenza individuale?
Sono sempre maggiori le evidenze empiriche di un allungamento della durata della vita media di uomini e donne. L’utilità di questi studi si rivela nulla di fronte alla consapevolezza dell’inesorabilità della condizione mortale. Che si viva venti o trent’anni di più, la fine di ogni uomo è certa. Ma assumono un’importanza crescente nel contesto attuale, in cui i media ci dicono che oggi possiamo diventare ciò che vogliamo e se non lo siamo diventati per tempo, non fa niente, c’è sempre tempo. Anche per divenire padri e madri, uomini o donne, a cinquanta o sessant’anni, un’età in cui, decenni fa, tutto era già dato e l’uomo si apprestava finalmente ad interiorizzare e a vivere la trovata consapevolezza di ciò che era realmente, la luminosa consapevolezza della sua identità.

Oggi, invece, anche a cinquanta o sessant’anni ci si può scoprire diversi. Tutto questo, anziché essere causa di turbamenti nell’individuo, è come la conferma della normalità di una condizione ormai universale, quella dell’uomo che non sa chi sia. La società incoraggia gli individui a cercare la loro vera identità, come se quella che pensano già di possedere non fosse abbastanza. Terminata la fase della muta consapevolezza si apre per l’uomo moderno l’abisso che è cercare la propria identità tra le mille possibili ed ugualmente raggiungibili. I programmi televisivi, o per lo meno la maggior parte di essi, sono incentrati su questa ricerca. Una nota trasmissione pomeridiana di Canale 5 mette in scena un gruppo di persone attempate che giocano a corteggiarsi per dirci che non c’è età per trovare l’anima gemella. E ancora più deleteri gli effetti sull’identità lavorativa.

La disoccupazione ha creato, di fatto, un limbo in cui versano migliaia di giovani in attesa di un’occupazione e dunque in attesa di una propria identità lavorativa. Senza un lavoro o con una mansione non all’altezza delle proprie competenze ( se pure resa accattivante da un anglicismo alla moda) il lavoratore si sente inadeguato. E mentre vive interiormente uno stato di profonda frustrazione, sullo schermo televisivo incessantemente proitettate immagini di individui dall’esistenza perfetta, felici e realizzati impongono l’individuo l’esigenza di capire chi sia. E qui viene in soccorso all’individuo la società con la promessa gridata ad alta voce di poter ancora cambiare le cose, per essere al passo degli individui perfetti, felici, acclamati.
Uno studente di medicina (oggi laureato) ha aperto un blog per raccontare il suo cambio di vita (così lo definisce). Dopo una triennale in ingegneria, una specialistica sempre in ingegneria e dopo aver trovato lavoro nel suo settore di studi (un lavoro, a quanto racconta, con una bassa remunerazione e mansioni alquanto noiose) ha deciso di seguire quella che aveva scoperto essere la sua vera inclinazione dopo un periodo di volontariato presso la croce rossa. Così, passati i trent’anni, decide di mollare tutto e ricominciare, da capo, a studiare. Per diventare medico. In rete c’è un altro blog che racconta un percorso simile. Una ragazza, laureata (triennale e specialistica) in economia, frustrata dalla mancanza di un’occupazione stabile e dopo il secondo stage non retribuito, decide di tentare la strada della medicina. Così si riscrive all’università. E ancora l’assistente universitario di matematica salito recentemente alla ribalta per essere anche un apprezzato modello.

E’ difficile credere che questi individui, come i migliaia di altri giovani che decidono di intraprendere un percorso completamente differente da quello di partenza (laureati che si danno alla pasticceria, all’artigianato, chi consegue una terza laurea in materie più “spendibili” sul mercato del lavoro) siano veramente mossi da un’improvvisa illuminazione, dalla consapevolezza delle loro vere inclinazioni. E’ piuttosto una scelta dettara dalla crisi economica, dalla difficoltà di trovare un lavoro, dalla necessità di possedere un reddito adeguato a tenersi al passo con una società che fa del consumo e del possesso materiale l’unico fine esistenziale ( e non a caso, il medico sembra essere una delle professioni più remunerative e stabili nel nostro Paese).

La trasformazione in prodotti di questa società è completa. La vetrina è l’esistenza mediatica che ci siamo costruiti su blog dove raccontiamo, passo dopo passo, le tappe del nostro cambiamento. La brezza che di tanto in tanto scuote le nostre certezze non è aria di libertà. E’ il dramma dell’individuo costretto a fronteggiare determinati standard di qualità per essere, egli stesso, di qualità. Avere un lavoro, una posizione sociale invidiata, avere abbastanza soldi da comprare una macchina e fare le vacanze all’estero, per poi postare le foto su facebook. E’ un’esistenza sempre più falsa ma anche problematica e difficoltosa nel suo non essere data, nel non conoscere un punto di approdo. Come imbarcarsi in un viaggio per mare senza avere fin dall’inizio una meta prestabilita, mentre tutto può essere deciso in corso d’opera: equipaggio, compagni di viaggio, meta. Tramontata definitivamente l’idea del “projet de vie” che muove l’esistenza, l’individuo è chiamato di volta in volta a definire un obiettivo di breve termine, nella speranza che si riveli adeguato.
E la libertà prospettata di essere chi si vuole in qualsiasi momento si fa prospettiva dolorosa di una ricerca incessante ed estenuante che, date le condizioni di svolgimento, può rivelarsi infinita.