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Il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, in una lettera di risposta a due parlamentari europei del Movimento Cinque Stelle, ha messo in chiaro come l’Italia qualora uscisse unilateralmente dall’Euro-zona dovrebbe rimborsare in toto le sue passività accumulate nei confronti della BCE. L’Italia infatti nel mercato interbancario regolato dai saldi Target 2 ha un debito pari attualmente a circa 350 miliardi. In caso di fuoriuscita dall’euro, tale debito dovrebbe essere rimborsato. Nell’affermazione del Presidente della BCE vi sono un paio di implicazioni meritevoli di particolare attenzione.

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I saldi del sistema Target 2 aggiornati all’ottobre 2016, in miliardi di euro. Il sistema Target 2 registra tutti i pagamenti interbancari all’interno dell’eurozona. L’Italia ha un deficit nei confronti dell’euro-sistema di circa 350 miliardi di euro. Mario Draghi ha affermato che in caso di uscita unilaterale dalla moneta unica, l’Italia sarebbe tenuta a saldare interamente la sua posizione debitoria.

La prima è che ai massimi vertici in realtà si sta già prendendo in considerazione l’ipotesi di ammainare la bandiera della moneta unica. Questo potrebbe significare un ripiegamento da parte di alcuni Paesi verso un nazionalismo monetario e, per l’Italia in particolare, si tratterebbe di tornare alla lira. In alternativa, si è parlato di un “doppione” dell’euro, con una valuta diversa per i paesi del Nord Europa e per quelli del Sud in modo da tenere insieme i Paesi che hanno fra loro un progresso economico maggiormente livellato e omogeneo. E’ chiaro che questa seconda ipotesi dipenderà molto da come andranno le presidenziali francesi che si terranno tra fine aprile e inizio maggio e che attualmente vedrebbero profilarsi un secondo turno in cui la leader del Front National, Marine Le Pen, si troverà a fronteggiare il gollista François Fillon, in grossa difficoltà a causa di uno scandalo finanziario che occupa tutte le prime pagine parigine da una settimana, o Emmanuel Macron, l’ex-ministro dell’Economia che si presenta come candidato indipendente.

La seconda implicazione è che finalmente anche chi guida la BCE, come lo stesso Draghi, ha ammesso che non esiste un unico mercato monetario dell’euro. O meglio: esiste, si chiama per l’appunto Target 2, ma è incompleto perché non prevede meccanismi di compensazione tra paesi persistentemente in deficit, come l’Italia e paesi persistentemente in surplus, come la Germania, con un reinvestimento da parte di questi ultimi in modo da compensare le passività dei primi. E si sa che i tedeschi non hanno alcuna intenzione di utilizzare le proprie disponibilità finanziarie a tale fine scaricando così gli squilibri sulla sfera finanziaria, violando le impossibili norme del Trattato Europeo riguardo gli sforamenti del surplus commerciale. Impossibili, perché scritte dallo stesso governo Merkel nel 2009 che se le dovrebbe anche auto-applicare.

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Con il Front National in testa ai sondaggi e il candidato del centro destra, François Fillon, in grave difficoltà, le elezioni francesi si annunciano fondamentali per il futuro della moneta unica.

Quando l’economista britannico J.M. Keynes, durante le trattative di Bretton Woods quale rappresentante del governo di Sua Maestà ammonì il suo omonimo americano, Harry Dexter White, in merito alle debolezze connaturate ad un sistema monetario incentrato su un’unica moneta, il dollaro, non lo fece solo per difendere l’interesse britannico durante gli accordi con gli Stati Uniti. Lo fece anche, e soprattutto, per preservare un sistema monetario che non ricadesse negli errori del precedente sistema aureo e che a differenza di quest’ultimo avesse come obiettivo la stabilità fra paesi, sottolineando come la condizione di un paese persistentemente in surplus non sia affatto simile a quella di un paese strutturalmente in deficit. E per preservare un meccanismo che non crei asimmetrie e sbilanciamenti nelle rispettive bilance dei pagamenti di ogni stato – anche se il Target 2 vale solo per il sistema dei pagamenti tra i rispettivi paesi dell’Eurozona – è necessaria una “camera di compensazione” (clearing house) che non sia dettata dai soli rapporti di forza, cioè da un aggiustamento dei soli paesi in deficit verso “il basso”, con misure di austerità e di taglio delle importazioni, ma anche da aggiustamenti dei paesi in surplus, in modo tale che quest’ultimi non siano incentivati a sviluppare un approccio neo-mercantilista, ma abbiano invece una situazione di commercio bilanciato che è il presupposto da cui partire per avere sani rapporti di libero scambio.

Il Prof. Massimo Amato dell’Università Bocconi di Milano ripercorre la genesi dell’unione monetaria europea e le ragioni strutturali della sua fragilità, legate all’assenza di un meccanismo per correggere gli squilibri interni.

Il fatto che la baraonda europea non sia ancora implosa su se stessa non può essere un indice del suo livello di sanità o del suo elevato grado di resistenza. Il fatto che sull’Eurozona non si sia ancora abbattuto un effetto domino – anche se a livello di Unione Europea la Brexit segnala che ci si sta muovendo in tale direzione – lo si deve non alla struttura mal congegnata dell’Euro, ma alla bravura tattica dell’attuale Presidente della BCE che a partire dal 2012, tra l’altro con un bluff, ha assopito la crisi di liquidità dei paesi strutturalmente in difficoltà. Al tempo stesso però, si è acuita l’impasse strategica dei governi. E saranno loro a decidere politicamente cosa fare della moneta unica. Con la speranza che la triste fine dell’euro non avvenga unilateralmente, non sia l’ennesimo indicatore della frammentazione dei sistemi economici nazionali, ma rappresenti invece una nuova fase per l’Europa. Stavolta, possibilmente, non a guida tedesca.