di Luca Mariotti 

Con il diffondersi della cultura agender, una tematica poco analizzata è quella relativa alla nascita di nuovi business che possono sorgere intorno all’ideologia neutral gender. In particolare vi è la necessità di soffermarsi sul ruolo delle case di moda e la loro evoluzione su tale concetto. Non è certo una novità la realizzazione di abiti agender nel campo della moda ma, negli ultimi anni alcune case di moda hanno assimilato tale ideologia tanto da presentare capi di abbigliamento nelle principali sfilate di tutto il mondo. Negli anni passati etichette come Comme des Garçons, Rick Owens e Rad Hourani hanno introdotto abiti unisex. Recentemente anche case di moda particolarmente importanti, quali Gucci e Prada, hanno iniziato ad avvicinarsi a tali nuove forme di abbigliamento. L’aver disegnato una camicetta per uomo, simile a quella indossata da una donna, è una delle tante stravaganti tipologie di capi agender poste in essere dalle stesse. Anche il gruppo Yoox, con il sito thecorner.com, introduce l’ideologia gender neutral per il vestiario.

Quando si parla di abiti collegati all’ideologia agender, si devono considerare dei capi che non hanno un’identità prettamente connessa a quella che normalmente si è avuta per circa duemila anni. Nel corso dei secoli si è andata sempre più incrementando la differenza tra un capo di abbigliamento femminile e maschile, affievolendosi al giorno d’oggi. E’ certamente interessante chiedersi se tale fenomenologia possa avere un riscontro in un’eventuale diffusione e realizzazione di business agender. Prada con la collezione autunno inverno 2015, in relazione a tale ideologia, ha espresso tali parole: “Gender is a context and context is often gendered”, ma anche Trendwatching conferma che tale trend sta avendo un particolare interesse: “Molti individui di tutte le età e in tutti i mercati stanno definendo la propria identità in maniera più libera rispetto a tanti anni fa. Come risultato, i modelli di acquisto cambiano e non vengono più definiti da variabili tradizionali come quelle demografiche o quelle legate all’età, al sesso e al reddito ecc.” Anche Monica Pascarella, responsabile acquisti di Luisa Via Roma del reparto abbigliamento uomo, tende a consolidare tale trend, considerando che il 30% dei prodotti menswear che vengono acquistati è agender. Come ogni modello di business che si rispetti è necessario anche considerare l’importanza di costruire spazi adeguati per il commercio di tali capi di abbigliamento. Come realizzarli? A tale domanda risponde Faye Toogood, una interior designer che ha lavorato come visual merchandising per famosi marchi quali  Hermès, Comme Des Garçons, Kenzo e Alexander McQueen. La sua idea di retail agender è quella di considerare una coerenza tra l’ideologia e lo spazio fisico che tende ad ospitarla, creando appunto degli spazi neutrali con l’ausilio di una serie di sculture e rimuovendo ogni singolo aspetto che possa riportare il cliente ad un senso demografico di genere. Se l’ideologia agender possa avere un riscontro sulla produzione di massa di capi di moda è di difficile imputazione. Il fatto è che ad oggi un riscontro positivo nel vestiario agender è più connesso all’acquisto effettuato dalla donna rispetto all’uomo, raro è il contrario. La diffusione del mercato agender incontra particolari restrizioni, quali, ad esempio, una non sempre correttezza politica e difficoltà tecniche nella realizzazione dei capi, dovute alle differenti forme anatomiche degli individui uomo e donna. Queste manifestazioni agender possono essere considerate per ora inconsistenti ma la possibilità di un effettiva e concreta manifestazione su larga scala non è affatto da escludersi.