Anno nuovo, spot vecchio. Il 2016 si affaccia alla stampa rilanciando un leit-motiv intramontabile e capace di far presa su sentimenti di lesa onestà dei cittadini: lotta dura all’evasione. A rilanciare il tema è il Presidente della Repubblica, che nel suo discorso di fine anno – tra una strizzata d’occhio alle donne e una ai disabili, un cenno ai lavoratori precari e ai disoccupati e un rimando criptico al consumismo e all’ambiente – non dimentica di additare l’evasione come male supremo.

Il rimando all’evasione è breve e conciso, ma tanto basta alle prime pagine dei giornali per regalare ai lettori risoluzioni augurali: “Confindustria calcola che il Pil potrebbe aumentare del 3,1% e gli occupati di oltre 335 mila unità, se solo si riuscisse a dimezzare l’evasione restituendo ai contribuenti le risorse recuperate sotto forma di taglio delle tasse” (Corriere della sera).

Basandosi su una stima del totale delle imposte evase, che ammonterebbe a un totale di 122 miliardi, viene calcolato il rapporto rispetto al Pil italiano, di cui rappresenterebbe il 7,5%. Con grande azzardo di tipo metodologico, in questa dichiarazione, capace di far inorridire non solo gli economisti ma qualsiasi lettore che sia riuscito a preservare un briciolo di senso critico senza farsi abbindolare dalla demagogia dialettica, si compie una manipolazione e una strumentalizzazione di dati economici aberrante. Si parte da un presupposto assolutamente infondato, ossia che i soldi trattenuti nelle tasche dei cittadini, anziché essere versati in quelle dello Stato, non vengano fatti circolare nell’economia. Come dire che un commerciante o un artigiano che evadono mille euro al fisco poi ripongano quel “tesoretto” in un salvadanaio segretamente custodito, senza attingervi per far fronte alle spese e ai consumi quotidiani. La realtà dimostra il contrario ed esistono studi economici che affermano che l’evasione, in uno Stato privo di autonomia monetaria quale il nostro, rappresenti un “beneficio” per l’economia nazionale.

Quale formula magica poi permetterebbe di trovare una correlazione matematica tra diminuzione dell’evasione fiscale ed aumento dell’occupazione? Nessuna. Al contrario si può sostenere che è proprio l’alta pressione fiscale la zavorra delle imprese: secondo la ricerca Paying Taxes 2016 della Banca Mondiale, il carico fiscale italiano è il più alto in Europa e tra i maggiori al mondo. Infine, va definitivamente confutato il passaggio ripreso da Confindustria per il quale se tutti pagassero le tasse la pressione fiscale sarebbe minore, in quanto quest’ultima è strettamente legata all’ammontare della spesa pubblica determinata dalle scelte di politica economica del governo (un esempio? il bonus “cultura” elargito indiscriminatamente a tutti i neomaggiorenni).

Forse prima di dar adito a un populismo fiscale senza fondamenta, sarebbe bene rispolverare la nota teoria della curva di Laffer, secondo la quale esiste un livello di tassazione oltrepassato il quale il contribuente si trova costretto ad evadere, non essendo in grado di far fronte al Fisco. Il legame evidente tra il primato italiano della pressione fiscale e l’esorbitante livello di evasione non può essere ignorato e assorbito da una politica fiscale populista e demagogica, che individua nell’evasione indiscriminata il male da stigmatizzare e nella sua lotta la panacea di tutti i mali. Innescare una caccia alle streghe contro gli evasori significherebbe applicare il metodo italico, che non fa distinzioni nella persecuzione della colpa tra chi evade redditi ingenti, forte della tutela di studi legali e professionisti esperti nell’elusione, e il piccolo commerciante o libero professionista, che cerca di sbarcare il lunario, tra una domanda messa in ginocchio dalla crisi economica e un fisco che si avvale di strumenti vessatori e agenzie private, che del recupero di imposte e sanzioni hanno fatto il loro business.