Lo Tsunami “Brexit” si è rovesciato impetuoso su chi non poteva immaginare un’Europa senza Gran Bretagna. L’effetto più evidente ed immediato lo ha avuto sui mercati internazionali, in particolare quelli di Tokyo, di Hong Kong, e del Vecchio Continente, che hanno registrato dei ribassi al seguito in particolare degli investimenti fatti scommettendo sulla permanenza nell’UE del Regno Unito, ma anche a causa del generale clima di incertezza che si diffonde in tali situazioni. Quale sarà il futuro della Gran Bretagna è difficile da prevedere, data l’assenza di precedenti. Probabilmente si assisterà ad un deprezzamento della sterlina ed ad una flessione del PIL nei prossimi anni, ma quantificare il fenomeno non è affatto semplice. Certo fa riflettere vedere come le fascia giovane dei votanti, quella tra i 18 ed i 24 anni, abbia votato in maniera quasi plebiscitaria per rimanere in Europa, raggiungendo il 75% del “Remain”, primo sintomo forse di un senso di appartenenza da parte delle nuove generazioni nei confronti dell’Unione Europea; è anche paradossale il caso della Scozia, che nel 2014 votò per decidere se dividersi dal Regno Unito, ma in quel caso gli unionisti ebbero la meglio; anche in questo referendum il popolo scozzese si è espresso a favore della permanenza, questa volta nell’UE, ma è stata trascinata dalla volontà di indipendenza degli altri stati britannici. Il Regno Unito però non ha mai abbracciato veramente la causa dell’Unione Europea.

Dal 1973, anno in cui è entrata a far parte della CEE (comunità Europea), il Regno Unito ha sempre mostrato una certa ostilità a politiche economiche ed istituzionali comuni, rimanendo con un piede dentro ed uno fuori dall’Unione. Ne è un esempio la scelta del 1991, durante il procedimento di formazione del Trattato di Maastricht, di non aderire al sistema della moneta unica,e di stabilire la clausola di opting-out, attraverso la quale la Gran Bretagna avrebbe potuto rimanere nella futura Unione pur senza accogliere le innovazioni che il suo governo avesse rifiutato. Questo atteggiamento è perdurato nel corso degli anni, andando a creare una vera e propria “Eccezione Gran Bretagna”, che ha fortemente indebolito lo spirito con cui l’UE era nata;  l’Unione Europea era addirittura disposta ad accordare un vero e proprio statuto speciale al Regno Unito nel caso di vincita del fronte del Remain, che avrebbe potuto limitare ed impedire ai lavoratori europei l’accesso al suo sistema di welfare. Appare quindi lecito domandarsi se questa Brexit sia veramente un male, o se invece offra la possibilità di cambiare da dentro il sistema Europeo, che non dovrà più sottostare ai ricatti provenienti da oltremanica, e renderlo equo e più giusto. Ora ad esempio le imprese, che prima correvano a creare la loro base finanziaria a Londra, vero e proprio paradiso fiscale, grazie alle aliquote basse e agli sgravi fiscali per le aziende, non avranno più così fretta di emigrare a causa delle complicazioni burocratiche che deriveranno dall’indipendenza del Regno Unito. Se l’Europa quindi resisterà alla inevitabile ondata referendaria che coinvolgerà anche altri paesi membri, si potrebbe scrivere un nuovo capitolo di questa tanto travagliata storia, dove gli ideali con cui l’Unione Europea era sorta dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale possano finalmente trovare compimento.