Per entrare nella leggenda nella patria dei fondatori del calcio devi essere tatticamente l’avanguardia innovativa, rappresentare gli ideali della maglia che indossi, ma soprattutto devi essere dannatamente vincente. Riuscirci sulla riva destra del Merseyside è ancora più difficile, perché quella maglia Reds ha il peso della storia e il sudore di tanti campioni cha hanno reso glorioso il passato di Liverpool. Sono bastate cinquecentoquattro partite a Steven Gerrard per imprimere il suo nome nelle immortali pagine del calcio mondiale, rivoluzionando il modo di giocare e tracciando la strada per quelli che in futuro avrebbero voluto fare il ruolo del centrocampista. Ha cancellato dal curriculum calcistico il mestiere del mediano, imponendo quello del playmaker. Ha decretato insufficiente la forza dei polmoni, alzando l’asticella qualitativa del gioco, imponendo la corsa del pallone prima ancora che delle gambe. Necessaria per la costruzione del DNA del nuovo prototipo calcistico è stata l’esperienza da trequartista nei primi anni della carriera; affinando il piede e la visione di gioco negli spazzi chiusi delle difese, per poi allargare gli orizzonti trenta metri più indietro, libero da marcature opprimenti e con una frazione di tempo in più per scandagliare le opzioni di passaggio favorevoli. È rimasto comunque determinante in termini quantitativi con i suoi 119 gol, frutto di quegli inserimenti che lo rendevano immarcabile. Ha rappresentato gli ideali della Kop, lui che perse suo cugino nel tremendo 15 aprile di ventisette anni fa. Porta nel cuore le cicatrici di quella strage, nella quale 96 tifosi Reds persero la vita. Le sue corse a braccia aperte sotto quell’imponente gradinata, dopo ogni gol erano un abbraccio a quella gente che lo ha cresciuto e innalzato a bandiera del club.

Ha rifiutato prima il passaggio ai Diavoli Rossi quando ancora era nell’accademy, è rimasto nella sua casa anche quando le mire espansionistiche del Chelsea sembravano poter comprarsi perfino i sentimenti. Ma l’amore non conosce cifre e ha continuato a vestire quella maglia fino alla fine. È stato dannatamente vincente non solo nei confini inglesi, ma soprattutto in Europa. Verrà ricordato come il Liverpool del miracolo di Istanbul. Il suicidio calcistico più tragico della storia rossonera, i trecentosessanta secondi più densi di emozioni della coppa dalle grandi orecchie. In quella rimonta iniziata da quel figlio di Liverpool, proprio con quel suo inserimento immancabile dalla linea di centrocampo. L’altro sogno era riportare la Premier League ad Anfield Road, impossibile negli anni dominati dal Manchester fergusiano, ma svanito a centottanta minuti nella scorsa stagione. Nel penultimo turno contro il Chelsea che ha decretato l’eclissi del campione, sul tramonto del primo tempo proprio nella sua posizione preferita dalla quale poter lasciar andare la fantasia del suo calcio destro. Una zolla lo ha tradito, lui che credeva in 17 anni di aver mappato a memoria ogni centimetro di quel rettangolo di gioco. Demba Ba gli scippa il pallone involandosi verso quella Kop che non crede ai suoi occhi, abbandonata proprio nel momento più importante dal suo capitano. L’attaccante dei Blues non sbaglia e dopo la rete si inginocchia forse a ringraziare gli dei del calcio, sicuramente per chiedere scusa alla leggenda di Anfield. È in quella scivolata che il numero 8 si è inclinato poggiandosi su un fianco prendendo la forma dell’infinito, perché per sempre sarà ricordato come il figlio di Liverpool, lui che ha chiesto di terminare i suoi giorni ad Anfield, perché è lì che è nato e ed è li che vuole morire. Ora attraverserà l’oceano per concludere una gloriosa carriera e per andare ad insegnare ai cugini anglofoni che il football non è solo americano. La storia infinita continuerà probabilmente con un’uniforme più elegante seduto sulla panchina, perché come i suoi tifosi gli anno ricordato; Steve non camminerai mai solo.