Gli inglesi lo chiamano magic box, perché il suo repertorio tecnico era talmente vasto da essere in grado di risolvere con il colpo del grande genio una partita. Ha avuto più successo oltremanica perché in quegli anni la Serie A offriva l’élite del calcio e la Premier League inseguiva lo stivale cercando di copiarne i modelli tattici. Gianfranco Zola ha incantato talmente tante Stamford Bridge che i supporter Blues l’hanno incoronato il miglior giocatore di tutti i tempi, quando ancora le casse del Chelsea non erano state inondate da rubli russi. Eppure in Italia fu il primo ad essere accostato a Maradona, prima ancora che il più forte giocatore di tutti i tempi si ritirasse. Zola giocò con lui negli ultimi anni napoletani del Pibe de Oro indossando persino la sua maglia, la diez celeste partenopea. Erano gli anni in cui le immagini sgranate allungavano le scie dei giocatori in velocità sul campo, gli anni in cui il merchandising era solo un’ipotesi. Dietro le casacche il dieci era il protagonista senza un nome a fargli da corona e i numeri non avevano un proprietario, rispettando alla lettera le posizioni dentro il rettangolo di gioco. Le sue qualità furono evidenti sin dal suo primo gol: si apparecchiò il tiro con l’esterno destro, due passi brevi per coordinarsi ed infine ecco un interno a disegnare una parabola per aggirare il portiere sul secondo palo, proprio come scritto a parole sul manuale. Più che un fantasista, interpretò quel ruolo di mezzapunta – oggi in via d’estinzione – incaricata a sviluppare il gioco sopra il centrocampo, libero dai compiti difensivi.

L’area di partenza era compresa tra la trequarti e l’inizio dell’area di rigore nella parte sinistra del campo, in modo tale da aver più terreno aperto raggiungibile con il suo piatto destro. Per la punta era sufficiente partire largo ed inserirsi alle spalle del difensore per trovarsi libero davanti al portiere con il pallone già indirizzato verso la porta. Chiedete a Dino Baggio, che realizzò in questo modo la favola del Parma campione in Coppa Uefa. Con l’arrivo in Inghilterra si adattò al calcio più muscolare, migliorando ancora di più la tecnica per compensare la mancanza di fisicità. L’area prediletta rimane la stessa, ma il passo successivo nell’elevarsi a grande giocatore lo compie mettendo nella sua scatola del repertorio anche le giocate sulla fascia sinistra. I raddoppi organizzati dalle difese avversarie vengono elusi non con la velocità che contraddistingue le punte dal baricentro basso, ma aspettando l’arrivo degli avversari ed ingannandoli con la velocità delle gambe, accarezzando la palla, togliendola dalle grinfie dei tacchetti avversari. Superato l’ostacolo davanti a se risplendeva tutto il campo, libero per essere pennellato dai suoi cross taglienti. Ormai in fase calante completa la carriera nella sua terra sarda, riportando il Cagliari nella massima serie. Le sue magie da professionista lo hanno portato fino all’onorificenza di Ufficiale dell’Impero Britannico, oggi a 59 per i sudditi è ancora magic box, l’uomo che dal cilindro tirava fuori giocate da fuoriclasse, tanti auguri Gianfranco.