Quell’andatura dinoccolata da sembrare già stanca prima di entrare in campo, quella maglietta due taglie più grande mai infilata nei pantaloncini, dovrà passare del tempo prima che verranno dimenticate. Ma soprattutto il sinistro folgorante e la capacità di stoppare la palla in meno di un secondo, questi sì che non passeranno mai. Sono i ricordi lasciati dal brasiliano Sodinha, che ha deciso di dire addio al calcio giocato. 27 anni, 85 partite giocate e tanta malinconia condiscono l’addio del trequartista del Trapani, troppo giovane per abbandonare il gioco, ma con un fisico eccessivamente malmesso per continuare a giocare.

Cinque sono stati gli interventi a cui ha dovuto sottoporre le sue ginocchia, troppo esili per sorreggere il suo peso, che fu uno dei suoi più grandi problemi. Perché nonostante i chili di troppo, Sodinha, nome ereditato dal padre calciatore, era sempre in grado di stupire. Nonostante la sua corsa scomposta riusciva a non essere mai banale, non cercava il compagno più vicino a cui passare la palla, piuttosto tentava il dribbling impossibile e poi caricava il suo sinistro indistinguibile. “Con me hai giocato solo 213 minuti ma sono valsi molto di più di campionati interi giocati da altri”, con queste parole lo saluta Cosmi, che ha avuto la possibilità di allenarlo per soli sei mesi. Anche a lui mancherà quel brasiliano soprannominato bonariamente “lattina di coca cola”, per il suo fisico non longilineo, tozzo e le sue gambe grosse e muscolose.

Ma a sentirne la più grande mancanza saranno i tifosi, che da Brescia a Trapani stanno intasando i suoi profili Facebook con commenti colmi di affetto, nei quali non mancano citazioni di aventi particolari che lo hanno visto protagonista. Come quando, ancora in quarantena dal suo infortunio, era andato ad assistere all’oratorio di Casazza alla classica partitella del dopolavoro di alcuni impiegati. Quando stava per andarsene, dopo aver scattato foto e firmato autografi, un bambino gli chiese i suoi pantaloncini del Brescia. Felipe se li sfilò e tornò a casa in mutande. Pazzo ma buono. Come può un ragazzo del genere non conquistare i cuori dei tifosi bianco azzurri?

È il ragazzo dal gran cuore che piangeranno quando si trasferirà a Trapani, e anche qui non mancherà dal farsi conoscere per quello che è, “una persona che mette gli altri al primo posto, che dà tutto se stesso pur di accontentarti, altruista con chiunque, senza pregiudizi nei confronti di nessuno e anche un grande calciatore!” (Emanuele Geria, secondo portiere del Trapani). Nato per giocare a calcio, se l’è tatuato anche sulla mano sinistra (nacido para jogar futebol), per continuare ad allenarsi con la sua squadra e giocare a ritmi sostenuti si sarebbe dovuto sottoporre ad altri due interventi chirurgici. Troppo, Felipe non ce la fa, non rimane che dire basta, se pur a malincuore. Lascia il calcio giocato con un post sulla sua pagina social, spiegando che nonostante la voglia di rialzarsi sia tanta, il prezzo da pagare è troppo alto.

Ringrazia chi ha continuato a supportarlo nonostante le cadute, nonostante le abbuffate durante le ferie brasiliane, gli infortuni, e cita chi non è riuscito a prenderlo sul serio fermandosi alle apparenze, ma anche in questo caso arrivano le parole di mister Cosmi a tacere chi ha avuto la lingua troppo lunga, “i mediocri hanno sempre detestato il talento”. Perché è di questo che stiamo parlando, di un talento. Strano, sì. A modo suo. Ma pur sempre tale.