Potrebbe sembrare una favola, eppure non lo è. La fine ancora non la si conosce, ma i pronostici sembrano positivi. La Siria è una passo alla sua prima qualificazione per i Mondiali del 2018, nonostante i boati dei missili sembrino sovrastare le urla dei tifosi. “Giochiamo per una squadra, per un paese. Noi siamo una famiglia” le parole del capitano Absulrazak Al Hussein riecheggiano nello spirito della squadra. Quale sarà il paese ad assistere alle imprese della squadra, quale Siria sarà presente sugli spalti non ci è dato saperlo, ciò che è certo è che in campo la nazionale proverà ad esserci.

Quella delle Aquile di Qasioun non è tuttavia l’unica compagine. Nel 2014 infatti è stata fondata una squadra parallela a quella ufficiale, il Free Syria National Team, la nazionale della Siria Libera, nata con l’intento di sostituirsi a quella che potrebbe affrontare la fase finale delle qualificazioni non solo per il Mondiale di Russia, ma anche per la Coppa d’Asia 2019. Mentre la nazionale scende in campo per affrontare le avversarie del girone E (per ora è stata battuta solo dal Giappone per uno 0-3 lo scorso ottobre), disertori e rifugiati hanno deciso di combattere il regime di Bashar al-Assad schierandosi dalla parte della Free Syria Army.

La maggior parte provengono da Homs e sono ex giocatori professionisti, come Abdel Basset Sarout. Portiere dell’Al-Karamah e della nazionale siriana under-20 fino al 2011, un simbolo della rivoluzione per la città di Homs poi. Come lui, tanti altri inneggiati a terroristi e nemici del paese dai sostenitori del regime di Assad, una taglia posta sopra le loro teste, chi per un motivo chi per un altro. Ma la nazionale non viene disgregata dal conflitto, viene semplicemente modificata. Se si confrontano infatti le due rose presenti per la Coppa d’Asia del 2011 e la Coppa del “Medio Oriente” dell’anno successivo, i nomi dei giocatori sono cambiati, e non è inverosimile trovarne alcuni emigrati in altre nazioni, altri di cui non si hanno più notizie. Dopo solo un anno dallo scoppio del conflitto si contavano già una decina di migliaia di morti.

Neanche questo però riuscì a fermare la nazionale siriana che si trovò a disputare la finale contro l’Iraq. Sarà il terzino destro Ahmad al-Salih a segnare il gol della vittoria al 75’. Dalla nazionale in preda ai festeggiamenti esce l’attaccante Omar Al Soma e dirigendosi sotto la curva siriana sventola la bandiera della rivoluzione. Fu il primo giocatore a compiere un gesto simile durante una partita. “I thank God that we succeeded in bringing happiness to the sad people”. La televisione di stato oscurò quelle brevissime immagini. Dopo questo episodio non mancarono occasioni per folle di oppositori per entrare in campo e sollecitare i tifosi a cantare per la rivoluzione.

Oggi la Siria si trova in seconda posizione subito dopo il Giappone e sta tentando l’impresa più grande, nella quale non è mai riuscita, neanche prima di quattro anni fa, quando ancora i giocatori non portavano i segni dei loro compagni morti. Nonostante perseverino nel loro ideale, quello di voler unire il popolo siriano, c’è chi non può fare a meno di chiedersi a quale popolo si riferiscano. Per tutti coloro che sono fuggiti dalla Siria, per tutti i tifosi che si sono rivoltati contro il regime di Assad, tornare a gioire per un traguardo della nazionale vorrebbe dire soccombere nuovamente a questo. Intanto pochi giorni fa la nazionale ha dichiarato di essersi schierata con il presidente nella battaglia con il terrorismo. Alla conferenza che ha preceduto il match contro Singapore i giocatori si sono infatti presentati con una maglietta con disegnato il volto di Assad.