Il rugby torna a casa e lo fa per la seconda volta nella sua secolare storia. Torna nei terreni fangosi che l’hanno visto germogliare, rincasa nella patria dove William Webb Ellis ha deciso di farlo nascere nel 1823. Quei campi dove tutto nacque, si sono ora mutati in monumenti della palla ovale, trasformando un passatempo sportivo elitario in una questione culturale. La filosofia del conquistare il terreno, figlia di battaglie del centimetro e scontri di posizione, dell’avanzamento obbligato a dover tornare indietro e dello scopo finale: arrivare nel cuore del territorio avversario per mettere a segno una meta. L’essenza del rugby ha però trovato la sua consacrazione solo nel ristretto gruppo dei sudditi della Regina. I paesi anglofoni sono riusciti ad elevare questo sport esaltando la rudezza antica, fino a renderlo mondiale.

Le ex colonie lo hanno imborghesito e velocizzato, spinti da un’esigenza televisiva dettata dalla società tecnologica, ma anche dal superamento dell’avversario. Per questo l’emisfero sud ha nei primi anni superato la madrepatria; costruendo un gioco rapido e poco bloccato sul terreno, l’ovale veloce esce dalle mischie e corre da una mano all’altra. La fisicità essenziale ha portato a non riconoscere più dalla costituzione fisica i ruoli degli interpreti, intercambiabili e complementari nelle terre australi. Queste le fortune che hanno portato Nuova Zelanda, Australia e Sud Africa a vincere le prime quattro edizioni di una coppa del Mondo che ha sempre parlato un inglese imperfetto e contaminato. La rivincita dei padri fondatori ha portato alla ribalta, la classe e l’estro del singolo che si esprime sotto il nome di Jonathan Peter Wilkinson, il mediano d’apertura che ha tracciato le linee guida del ruolo, un calciatore maniacale. Il suo drop che regalato la coppa per la prima volta alla Regina.

I mondiali inglesi saranno la sfida tra superpotenze ed il desiderio di rendere poliglotta uno sport planetario. Ci sarà la battaglia primitiva delle prime linee, quelle del guai a indietreggiare, le basi di fondamento della squadra, sarà la lotta vertiginosa delle seconde linee che voleranno in cielo alla conquista dell’ultima touche. Saranno essenziali le terze linee sempre più importanti nel rugby moderno; obbligati a commutare prestanza fisica e agilità a seconda delle fasi di gioco. Ci saranno i mediani di mischia i più sagaci tatticamente, che con la loro astuzia cercheranno in ogni azione la possibilità di superare la linea avversaria. Le squadre correranno sugli inserimenti dei trequarti e sulle loro incursioni furtive. Poggeranno la loro fase difensiva sugli estremi, attenti studiosi delle fasi di gioco, maestri delle letture anticipate.

Sicuramente la decideranno i mediani d’apertura i metronomi all’interno di un marasma di mischie, la classe al servizio dei muscoli. Saranno i mondiali dell’haka dei tuttineri e della marsigliese transalpina. Ci sarà la sfida tra i paesi gaelici e quella tra Wallabies e Springbok. Ci sentiremo tutti fratelli d’Italia e grideremo “ Siam pronti alla morte”, ma soprattutto saranno i mondiali del “God save the Queen”. Già perché per il XV della rosa l’obbiettivo minimo sarà vincere, nella propria patria e davanti al loro popolo, nel monumentale Twickenahm, e nei migliaia di pub dove il terzo tempo durerà un mese. E Dio salvi veramente la Regina se il 31 ottobre a Londra non sventolerà l’Union Jack.