L’erosione della sovranità statale può avvenire all’esterno, allargandosi sempre più verso spazi internazionali, ed all’interno grazie al pluralismo sociale, rappresentato dalla forte fase discendente dei partiti ed al pluralismo istituzionale rappresentato dalle varie autonomie territoriali dislocate all’interno dell’ente statale.

Il problema dell’unità statale fu affrontato già nel 1928 dal costituzionalista Rudolf Smend, nella sua opera “Costituzione e diritto costituzionale”. Smend vede lo Stato come un problema – il positivismo tedesco, per contro, vedeva lo Stato come unità superiore a quella degli individui o, addirittura, l’idealismo hegeliano affermava l’autorità statale come dato empirico, fino ad arrivare a Kelsen che pensava lo Stato come una finzione costruita dall’uomo, un espediente logico. Smend in antitesi con tutte queste scuole di pensiero vede invece l’unità statale come un processo che si costruisce giorno per giorno: lo Stato esiste solo in singole manifestazioni di vita, è entità dinamica e non statica che si costituisce grazie all’integrazione in cui individui separati entrano in relazione tale da costruire unità. L’integrazione può essere personale, quando certi  individui, con il loro carisma smussano la differenza con gli altri soggetti e costituiscono unità; inoltre vi può essere integrazione funzionale, quando si adottano forme di vita collettivizzanti attraverso procedure: le elezioni. Infine attraverso procedimenti di integrazione materiale, con cui si riconosce la propria unità spirituale e patriottica in simboli, valori e costumi nazionali: Smend in questa terza accezione si pone criticamente verso quelle che erano le tendenze a giustificare la nascita di un patriottismo costituzionale, molto frequente al giorno d’oggi, teoria per la quale non ci si deve  più riconoscere nel sangue e nella propria terra natia  ma nella Costituzione, come se un pezzo di carta di valore normativo saltuariamente rispettato avesse la forma della culla materna.
Ma come si sviluppa questa integrazione all’interno dello Stato? Smend, essendo un federalista, o meglio, un federalista della prima ora, credeva nell’integrazione tra Reich e Lander (autonomie territoriali) e credeva che da esse si potesse arrivare ad un interesse comune: l’ordinamento statale si sarebbe integrato nell’ordinamento sociale, e viceversa.

Così stando le cose, è possibile parlare di integrazione a proposito della progressiva intensificazione dei vincoli che ormai coinvolgono la maggior parte dei Paesi europei? Nella (problematica) prospettiva smendiana, invero, si dovrebbe rispondere negativamente, perché l’integrazione non è solo una tecnica o un processo di costruzione di un’unità, ma è quell’unità nel processo del suo continuo farsi e rinnovarsi. Poiché quella europea, tuttavia, non è un’unità politica paragonabile a uno Stato, la categoria dell’integrazione parrebbe inutilizzabile.