“Prooonti via!” era il suo grido di battaglia, capelli pettinati con la riga in mezzo e quel fare milanese che quasi stonava con l’accento triestino. Nella notte tra sabato e domenica, ha lasciato a 84 anni la sua famiglia, i suoi tifosi e il mondo nel quale aveva impresso il suo nome a sfondo rossonero. Una bandiera, un esempio. Ultimo baluardo di quel calcio che si giocava solo la domenica.

 Il Milan? La sua storia, il suo destino. All’esordio a San Siro nel 1954 chi si trovò davanti fu la Triestina, la sua prima squadra. Niente e nessuno gli impedì di vincere lo scudetto al suo primo campionato rossonero. 412 presenze, 3 gol, 4 scudetti, una Coppa latina e una Coppa dei Campioni. Sarà questa che i tifosi milanisti più grandi porteranno nel cuore, quando la figura del capitano Maldini alza al cielo la sua prima Coppa dei Campioni, primo italiano a tenere tra le mani quel trofeo, primo traguardo europeo della squadra. Correva il 1963, lo stadio era quello di Wembley, i pantaloncini erano corti, le maniche delle magliette più lunghe, ma la maglia rossonera era sempre a strisce verticali, tra le quali spiccavano le lettere di quel cognome-bandiera che avrebbe contraddistinto fino ad oggi il club italiano. Il destino è beffardi, a volte invece incredibile. Nessuno infatti avrebbe mai immaginato ciò che sarebbe accaduto quarant’anni dopo: stessi colori, stessa coppa, stesso cognome. Un’eredità immensa, lasciata in mani affidabili, quelle di Paolino.

 A quarant’anni le prospettive cambiano, gli scarpini diventano scomodi e vengono sostituiti da scarpe eleganti, giacca e cravatta. Vice di Enzo Bearzot in nazionale per 6 anni, compreso il mondiale spagnolo del ’82. “Quello scopone con Pertini dovevo giocarlo io”, dichiarò quando uscirono i primi video della partita a carte in cui il Presidente Pertini faceva squadra con Bearzot. Al centro del tavolo da gioco la Coppa del Mondo. “Non ero un giocatore di carte, ma non lo era neanche Bearzot. Io sicuramente giocavo più di lui”.

 Determinato a difendere l’italianità del suo calcio, i più grandi successi arrivarono con l’Under 21, per tre volte consecutive campione europeo. Scopritore di talenti, lanciò sul panorama italiano grandi come Inzaghi, Nesta, Totti e Cannavaro. A 69 anni torna dalla sua squadra, sedendo sulla panchina milanista, sostituendo l’esonerato Zaccheroni. Non era stato annunciato, e durò pochi mesi, ma furono abbastanza per coordinare la vittoria schiacciante del del derby di Milano, finito 6 a 0 per i rossoneri.

Nella partita di oggi in casa dell’Atalanta, il Milan porterà il lutto al braccio e indosserà la maglietta bianca. Quella delle grandi occasioni, le grandi notti europee, in onore del loro più grande protagonista.