Il Real Madrid non è solo una fede calcistica, è uno stile di vita, un modo di essere. Anche dal punto di vista politico. Si può rimpiangere Casillas, inveire contro chi ha deciso di esonerare Ancelotti, ma l’orgoglio di appartenenza supera le piccole discrepanze interne, il madridismo come l’antibarcellonismo sono elementi irrinunciabili della personalità del tifoso dei Blancos. E come per ogni fedele, il madridista deve accompagnare la sua squadra nella gioia e nel dolore. Al Real non basta vincere, serve convincere. Anche se per ora l’unica convinzione è che la squadra stia attraversando una periodo negativo. Dicesi crisi.

Nelle ultime tre partite il Real ha subito dieci gol. Prima il Siviglia a metà novembre, partita conclusasi con un 3-2 per gli andalusi, e sarebbe potuta andare peggio se James Rodriguez non avesse incassato un sinistro al terzo minuto di recupero. I ragazzi di Unai Emery infliggono al Real la prima sconfitta della stagione. I Blancos erano rimasti infatti imbattuti fino alla 10° giornata di campionato. Il tridente magico non riesce a imporsi, ma sembra che il problema sia nelle retrovie, nonostante almeno nel suo girone di Champions, il Real goda della fama di avere la miglior difesa.

Ma il problema più grande non sembra questo, nell’aria si sente già la tensione per il Clàsico giocato in casa. E i pronostici non sbagliano, il Barça non solo sembra più preparato, ma dimostra anche di esserlo. Il Clàsico non è una partita come le altre, non è solo lo scontro tra i due colossi del calcio spagnolo, è uno scontro di civiltà e ideologie. Per questo i tifosi dei Blancos non possono essere biasimati per la loro indignazione durante la partita. Alla fine della gara, quando il Barcellona prova a imporre la “manita”, dopo il danno anche la beffa, i tifosi sventolano i fazzoletti in segno di protesta, il Bernabeu si tinge di bianco anche se il cielo sopra di lui è color blaugrana.

I fischi non sono tanto rivolti al campo, quanto alla panchina, protagonista indiscusso (o quasi) Rafa Benitez. La sua prestazione a Napoli non ha contribuito a conferirgli una presentazione idilliaca, impresentabile come vincente molti giornali castigliani uscirono in prima pagina con vignette che lo ritraevano come un mangiatore di panini. D’altronde la sua fama lo precede: i sei anni alla guida del Liverpool non sono passati inosservati, così come i commenti dei giocatori che hanno dovuto conviverci. “Benitez uomo freddo, autoritario e con derive paranoiche” dichiara Gerrard nel 2010, ma non è l’unico ad affermare che al ct madrileno manchi quel lato “umano” che gli permetta di entrare in una sfera più intima con i giocatori, ultimo Torres che lo incolpa di non saper parlare che di calcio, “Quando sono diventato padre neanche un augurio”. 

Anche se, in una squadra di prime donne come il Real, non deve essere facile. Nonostante tutto, la più grande accusa rivolta al tecnico è quella di aver sconvolto lo schema vincente imposto da Ancelotti, quel 4-3-3 che dava spazio al tridente senza lasciare sola la difesa, un’assicurazione per la vittoria della 10° Champions League. Il 4-2-3-1 di Benitez sembra dare dei problemi, tra l’isolamento di Cristiano Ronaldo molto in avanti e il posizionamento di Modric e Kroos davanti alla difesa, incapacitati nello svolgere il lavoro che sanno fare meglio, ossia pianificare il gioco.

L’incapacità di reagire davanti al Barcellona è stato forse uno dei sintomi dell’aria burrascosa che si respira negli spogliatoi? I rumors a riguardo sono tanti. Ancora da smentire la dichiarazione di Ronaldo che sembrerebbe aver posto un out out in merito alla sua permanenza nella capitale, anche se già da un po’ si ventilano voci in merito alla sua apertura al voler lasciare il Real per un’altra squadra, forse il PSG, forse. Nonostante tutto, Florentino Perez nell’ultima conferenza stampa ha delegato i massimi poteri al tecnico madrileno, dichiarano che la società ripone in lui la massima fiducia.