”Sai quanti talenti perderemo?” Giochi di sguardi tra Gil e Aragonés, il presidente lo sa. Via le squadre giovanili in casa Atletico, crisi economica. E a casa González si decide cosa fare: papà Pedro è un Colchonero di Colonia Marconi – quartiere periferico di Madrid – sul tavolo c’è un’offerta dei rivali in tinta blanca. Il Real chiama, han sentito parlare di suo figlio, un certo Raúl. ”Ma io tifo Atletico, non ce la faccio a vedere mio figlio nei Blancos”. Pugni sul tavolo, un pensiero a quel sinistro lì che può dare tanto. Poi cede: ”Quanto tempo dovrà restare al Real?” 18 anni. Una vita da merengue. Una vita da Raúl González Blanco.

Oggi Raúl ha annunciato il suo ritiro dal calcio giocato (38 anni). Stella di Schalke, Al-Sadd, New York Cosmos. E ovviamente del Real. Anche se in realtà non è mai stato un vero madridista: timido, pacato. Non da Galattico, dove la normalità lascia il posto allo spettacolo. Testa alta e bocca chiusa, ma in campo solo fantasia. Esordì 17enne contro il Real Saragozza sbagliando un gol a porta vuota. ”Cabròn…”. Era il 1994, si fece perdonare siglandone uno nel derby con l’Atletico la settimana dopo. Nacque il mito. Nonché il primo dei suoi 323 sussulti in maglia Blanca (in 741 presenze, record del Real). Destino. Inizi a giocare nella squadra di tuo padre, diventi una leggenda dei rivali. Un colpo al cuore per papà Pedro. Il figlio, beh. Resta sempre tale.

Tecnicamente straordinario, Raúl ha segnato alcuni gol da far invidia alla fisica. Un po’ come quello contro il Barcellona nel famoso 2-2 del 2000. Palla filtrante, Hesp esce dai pali sicuro di prenderla. Raul ha il tempo di rallentare la corsa e beffare il portiere con un semplice tocco sotto: dito sulla bocca a zittire tutti, Camp Nou ammutolito. Non un gesto da Raúl-hombre. Ma quasi tutto del Raúl-jugador, genialità e precisione applicate a quel pizzico di fantasia nel rischiare il tocco impossibile. Intelligenza tecnico-tattica fuori dal comune, spalle strette, era capace di gestire i 90′ con facilità. Esterno, poi seconda punta.

Intesa da record con Morientes nella Champions del 2000. Poi tra le pause, ecco il lampo. Con quella 7 pronta a trasudare pathos in una maglia più grande di lui. Solo di taglia però, la sua personalità riusciva a riempirla. ”Ti faccio giocare titolare, dimmi se senti la pressione…” Gli disse un giorno Jorge Valdano. ”Mister, se vuole vincere mi faccia giocare” rispose lui. Elegante e signore, mai un gesto di stizza o una parola di troppo. Fascia di capitano e mistica blanca. Poi tanti trofei, tante vittorie, tanti allenatori. A cominciare da Capello, definito come il mister più importante della sua carriera. Anche María, la compagna di una vita. Bacio all’anello e pugni sul cuore, un’esultanza tutta per lei. Infine i gol in Europa (77), un record storico combattuto insieme a Inzaghi e oggi frantumato da un altro numero sette. Quello che a Madrid, forse, ha lasciato un segno più di lui, superando ogni traguardo. Altri tempi, altre storie. Ma Raul resta mito.

Con la Roja invece? Splendido perdente. Emblema di una Spagna con tanto talento ma incapace di vincere. Mai oltre i quarti di finale, tanti gol e poche gioie veramente condivise. Nel 2006 gioca la sua ultima partita contro l’Irlanda del Nord perdendo 3-2. Aragonés decide di cambiare rotta, Raúl lascia e chiude un ciclo. Nascerà la Spagna più forte di tutti i tempi. Senza el Capitan, che dice addio a Madrid nel 2010. Destinazione Schalke 04. Divenne simbolo anche qui, vincendo l’unica cosa che gli mancava da vincere a livello di club: la Coppa Nazionale. Lo Schalke ritira anche la 7 (poi riassegnata).

E a testimonianza di come il calcio sia romantico sigla il suo ultimo gol in maglia blanca proprio contro il Real Saragozza, dove tutto iniziò. Porta vuota, stavolta non sbaglia. E’ l’ultimo sussulto, adios Madrid. ”Presidente, sa quanti talenti perderemo?” Soltanto uno. E’ bastato no? Blanco come il Real, Blanco come Raul. Dopo 21 trofei, 463 gol, più di 1000 presenze e tanta magia…hasta luego leyenda, stavolta per davvero.