L’Orient Express era quel treno che da Parigi, il centro dell’Europa, portava a Costantinopoli, la capitale economica più a est del sistema economico mondiale. La globalizzazione negli anni ha spostato questo centro nevralgico fino a comprendere tutto il continente asiatico. Molti sono i campi che hanno cercato nei nuovi mercati una valvola di sfogo per aumentare i profitti, ed il calcio non è sfuggito a questo richiamo. In principio fu Zico, primo vero campione indiscusso che decise di culminare la propria carriera in Giappone. Frutto di una politica sportiva basata sull’altisonanza di un nome che nel calcio che contava era ormai in declino. Si credeva che portare dall’altra parte del mondo i ricordi delle gesta che avevano fatto la storia del calcio europeo, avrebbe dato un impulso positivo a tutto il movimento.

Agli inizi del nuovo secolo il progetto si arenò, sembrava che gli sport tradizionali dei paesi del sol levante fossero riusciti a resistere, rimanendo l’attrazione principale. Poi però è arrivato il boom economico, la crescita della Cina che ha fatto da traino alle nuove tigri asiatiche pronte ad investire in qualsiasi settore, incluso lo sport. La Cina fu vittima dello stesso errore giapponese, gli unici giocatori disposti a militare nel campionato nazionale, avevano poco da dare ad un movimento che aveva bisogno di ben altra linfa vitale. Nel 2010 comincia la scalata del Guangzhou, frutto degli investimenti dell’Evergrande, compagnia immobiliare che cambiò ufficialmente la politica societaria del club, iniziando a comprare ottimi giocatori, dall’alto rendimento in prospettiva. La fucina dei talenti più proficua fu quella brasiliana, rimanendo su livelli ben al di sotto della razzia dei talenti verdeoro attuata dai maggiori campionati europei.

Solo il 22,7% dei calciatori che militano nel campionato cinese sono stranieri, numeri minori rispetto alle cifre di Premier League e Serie A che vedono la metà dei propri iscritti giocare sotto il nome di un’altra bandiera. Tuttavia rimanevano degli intoppi, legati soprattutto alla corruzione del sistema cinese, che impedivano regolari leggi di mercato e lo sviluppo di politiche di crescita societarie, in grado di aumentare lo spessore dei club e del campionato in generale. La svolta si ebbe nel 2013, quando la squadra allenata da Lippi sale alla ribalta per la vittoria della Champions League asiatica. Xi Jinping, Presidente della Repubblica popolare cinese, capisce che il calcio non è più uno sport minoritario ma un vero e proprio business in crescita, dal quale il paese può ricavare enormi profitti economici, ma anche di immagine mondiale. Il piano prevede la l’inserimento del calcio nei percorsi scolastici, la costruzione di infrastrutture per agevolare lo sviluppo del movimento e la candidatura per ospitare una futura edizione dei mondiali. I calciatori europei cominciano allora a guardare verso est, attratti sì dall’aspetto economico, che in primis li convince a ricercare il profitto dove la domanda è più alta, ma anche da un campionato in continua crescita tecnica.

Dentro questa cornice infrastrutturale e politica si inseriscono i quasi 300 milioni di euro spesi dai club cinesi nell’ultima sessione di mercato. Gli arrivi di Guarin, Gervinho, Ramires, Jackson Martinez e Alex Teixeira sono il frutto di una scelta che sta portando i primi frutti. Far arrivare nel campionato cinese giocatori all’apice della propria carriera spinti ad abbandonare il calcio europeo in cerca di riscatto dopo stagioni non al massimo. Senza pensarci su troppo sono saliti sul treno di sola andata, questa volta diretti fuori dai confini europei. Un viaggio lungo oltre ottomila chilometri. E chissà magari un giorno saranno i campionati europei a dover lottare per accaparrarsi le prestazioni sportive dei talenti dagli occhi a mandorla. Sicuramente non basterà l’Orient Express a convincerli, ma tanti zeri sul contratto e un campionato ancora competitivo nel quale giocare.