Qualcuno avrà gioito nella zona meridionale di Kosovska Mitrovica a prevalenza albanese, uno dei capoluoghi del Kosovo – uno Stato creato a tavolino dalle pompose democrazie occidentali per ottenere un avamposto nei Balcani e poi lasciato lì, in balia di rivendicazioni autonomiste che non smettono di covare sotto le macerie di un conflitto fratricida – quando il capitano Lorik Cana ha letteralmente preso a pugni un ultrà serbo sceso in campo per guerreggiare contro gli odiati cugini. Qualcun altro si sarà sdegnato, invece, dall’altra parte del fiume Ibar a maggioranza serba, quando ha visto sventolare, nella propria capitale, la bandiera della Grande Albania raffigurante i volti di i Ismail Kemali e Isa Boletini, le due figure più rappresentative dell’indipendenza albanese ottenuta nel 1912 dall’Impero Ottomano. Va cosi a Kosovska Mitrovica, dove c’è chi gioisce e chi si sdegna pur appartenendo allo stesso Paese (nonostante l’indipendenza del 17 Febbraio 2008 sia stata riconosciuta da 108 Nazioni, per Belgrado il Kosovo rimane parte integrante della Serbia), va così anche a Mostar, l’ennesima città divisa in due (da una parte c’è una fazione croata e cattolica, dall’altra una bosniaca e musulmana), va così nei Balcani, sempre più una polveriera caratterizzata da insanabili ferite etniche, ed infine va così in questo sport, ormai ostaggio del fuoco del nazionalismi con cui è meglio non giocare.

La gara tra Serbia e Albania, giocatasi a Belgrado, ha dimostrato per l’ennesima volta come il calcio sia la miglior manifestazione delle questioni irrisolte dell’ex Jugoslavia. Non potendo sfogarsi sul piano istituzionale infatti, dove i governi cercano quanto meno di mostrarsi disponibili nonché di mitigare i contrasti nei confronti dei loro ex nemici (vedi la coalizione tra Serbia e Bosnia sorta in occasione della disastrosa alluvione avvenuta nel Maggio 2014), la popolazione, tutt’altro che incline a lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra, cerca il confronto nello sport. Era una partita, quindi, assolutamente da non giocare, o quanto meno da disputare a porte chiuse, considerando gli squilibri che avrebbe portato con sé. Ma il problema è alla base, non possiamo essere ostaggi di queste guerre del calcio ed è impensabile, come scrive Fabio Licari sulla Gazzetta dello Sport, che ‘le coordinate del sorteggio di un torneo debbano essere scritte dall’ONU e non dalla UEFA’, le cui responsabilità riguardo suddetta gara sono evidenti (perché mettere dei paletti su Armenia – Azerbaigian e dimenticarsi degli incroci etnici tra Serbia e Albania? Nessuno poteva prevedere una rissa simile, questo è sicuro, ma certamente qualcuno poteva sospettarla! Oltretutto, tra le fila della Shqiponjat allenata dal nostro Gianni De Biasi 6 titolari su 11 sono nati proprio in Kosovo). Tralasciando gli screzi tra gli esecutivi di Belgrado e Tirana, con le accuse ai vicini del primo ministro Edi Rama –  atteso nella capitale serba il 22 ottobre – e le conseguenti reazioni dei serbi, al di là dei libri di storia ancora intrisi di nazionalismo, dove si evince un giro di accuse attraverso cui non si riesce ancora a capire il vero responsabile del conflitto, è opportuno concentraci sul futuro questo sport, il quale dovrebbe unire anziché dividere, ma spesso riesce nell’opposto. La guerra iniziata nel 1990 al Maksimir di Zagabria è stata riproposta (seppur parzialmente) al Partizan Stadium di Belgrado, l’ennesima testimonianza di come ‘gli armadi balcanici si spalancano lasciando intravedere gli scheletri che ancora ci ballano dentro’ (Marco Zucchetti, il Giornale), soprattutto quando la palla viene messa a centrocampo.

Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant disse il generale Calgaco nell’Agricola di Tacito, riferendosi alle azioni dei romani in Britannia. I Balcani sono l’esempio applicato di come questa locuzione sia appropriata anche nel XXI Secolo, seppur con qualche eccezione, poiché l’Occidente ha lasciato questa zona di mondo in balia di se stessa, tra rancori che non verranno mai sopiti ed asce di guerra che non verranno mai sotterrate. A rimetterci è ovviamente il calcio, sempre più un’industria che uno sport, ormai divenuto ostaggio di ultrà indemoniati come Ivan Bogdanov (infelice protagonista dei fatti di Genoa del 2010) e faide patriottarde. Qualcuno liberi il calcio dalla politica (e salvi i Balcani dall’implosione), perché, riprenendo la citazione tacitiana, del deserto abbiamo qualche traccia, ma della pace nemmeno l’ombra, così come della rinconciliazione.

FP