“Passione, ambizione e coraggio” è la firma di Paulo Sousa, che da efficace comunicatore portoghese, ha usato queste parole per conquistare i cuori dei tifosi viola. Ha cercato di trasmettere ai suoi uomini la stessa dedizione che metteva nel rettangolo di gioco quando si impadroniva delle chiavi del centrocampo. Metronomo di quelli veri, caratteristiche sudamericane: lento nei movimenti, veloce di pensiero. Aveva il ritmo di gioco che scorreva nei tacchetti, ma non disdegnava il fango sui calzettoni. Più attendo alla fase difensiva e al veloce ribaltamento dell’azione che agli inserimenti. Da allenatore non ne ha mai fatto una questione di numeri, adattando la sua formazione alle esigenze dell’avversario. Più che l’impianto di gioco, ha voluto plasmare i suoi giocatori cercando di clonare quella mentalità vincente che da calciatore lo ha portato prima a conquistare due Champions League e poi a salire sul tetto del Mondo alzando la Coppa Intercontinentale.

Ha trasformato Badelj da incursore a suo alter ego, l’unica pretesa in sede di mercato è stato Vecino: il prototipo di mediano in grado di svolgere la doppia fase mostrando i muscoli in fase difensiva e acume tattico in propensione offensiva. La necessità di un regista offensivo è stata colmata dall’acquisto di Kalinic, mascherato da numero 9, funge da specchietto per le allodole per le difese avversarie liberando corridoi per le incursioni della folta mediana, non disdegnando la conclusione personale in zona calda. L’ideologia sousiana, andata in scena ne “La Scala” del calcio, prevedeva una trincea di 6 uomini sulla linea di metà campo, un fronte mediano agguerrito che ha come diktat l’impenetrabilità del centro e raddoppi continui sulle fasce. La sua ambizione? Riuscire a imporre il proprio gioco ovunque… 3667 passaggi nelle prime sei gare stagioali, 80% di precisione, che diventa del 90% nella propria metà campo, proprio dove l’uscita del pallone deve essere veloce e indolore per permettere alla difesa un comodo riposizionamento. In attacco dei 53 tiri 29 sono stati diretti verso la porta ed un terzo di questi si è tramutato in gol. Questa volta è una questione di numeri, ma è il campo a restituirceli dimostrando matematicamente quanto la squadra viola faccia, del possesso palla e dell’occupazione della metà campo avversaria, l’obbiettivo primario.

Non ha stravolto l’impianto impostato dalla gestione precedente, ha verticalizzato il tiki taka montelliano per renderlo più incisivo nelle azioni da gol. Ha puntato sul gruppo facendo scendere in campo 21 giocatori della sua rosa, un sindacalista societario che al singolo ha sempre preferito l’insieme. Gli unici inamovibili sono stati Tatarusanu, che ha dato sicurezza al reparto arretrato dopo la partenza di Neto, e il traghettatore Borja Valer,  in grado di adattarsi all’estenuante palleggio della scorsa stagione ed esaltarsi nella repentinità dell’azione odierna. Infine ha avuto il coraggio di imporre i suoi ideali forgiati in anni di apprendistato in giro per l’europa calcistica. L’audacia di chi per anni ha frequentato le 10 yarde della mediana, l’acume tattico del giocatore che ha dato il “motore, ciak e azione” ai suoi compagni, mettendoli in moto con i giusti tempi. Ha trasmesso alla sua squadra passione, ambizione e coraggio, ed ora è lì che domina il campionato proprio come quando governava magistralmente il centrocampo.