Dal 15 settembre sono trascorsi dieci anni senza Oriana Fallaci. Tutti la ricordano per le invettive lanciate dopo l’11 settembre, convinta com’era che la civiltà occidentale sarebbe stata sempre più posta in pericolo da quel “fondamentalismo islamico” che, per la virulenza delle sue posizioni, avrebbe finito per prevalere sull’islam tradizionale minacciando il mondo sedicente cristiano. È inutile far rivivere oggi le polemiche. Solo il tempo e la storia consentiranno di dare un giudizio definitivo. La vita di Oriana Fallaci, la scrittrice italiana che nel mondo ha venduto venti milioni di copie, è stata anche tanto altro.

“Dimmi con chi te la fai e ti dirò chi sei” dice l’adagio. Per raccontare Oriana Fallaci si deve, dunque, parlare delle sue amicizie, dei suoi amori. Tra i suoi più grandi amici ci fu Pier Paolo Pasolini. “Ti voglio bene Pier Paolo” si legge in una lettera pubblicata nel suo epistolario. Il primo documento della loro vicinanza è l’intervista che lui le fece in Comizi d’amore, il film con cui PPP scelse di raccontare il rapporto con il sesso degli italiani del boom economico degli anni Sessanta. Seguirono i giorni delle scorribande insieme a New York, anticipazione di quelli trascorsi sulle spiagge di Copacabana e Ipanema dove lei si trovava per stare accanto al suo compagno dell’epoca, Francois Pilou, giornalista conosciuto in Vietnam e poi trasferito in Brasile, mentre lui vi era giunto accompagnato dalla amica “psichica” per cui aveva ripreso a dipingere usando come materiali di pittura lo champagne e i petali di rosa, la “divina” cantante lirica Maria Callas. Fu per investigare sulla vera dinamica della morte di PPP che la Fallaci ricevette una condanna penale per essersi rifiutata di comunicare alle autorità il nome dei suoi informatori. Se una persona dalla vastissima preparazione come il papa emerito Ratzinger ha apprezzato Lettera a un bambino mai nato è stato anche perché in esso riecheggiano gli echi di quella carità cristiana di cui la Fallaci sentì parlare il Pasolini de Il vangelo secondo Matteo sulle spiagge di Rio de Janeiro.

Il grande poeta e regista friulano fu un grande amico della Fallaci, al punto che lei continuò a nominarlo anche nelle sue conferenze all’estero, definendolo come il «nostro più coraggioso poeta, scrittore e regista». Di pari rarità per la raffinatezza dei sentimenti fu anche la relazione che strinse con il compagno per cui poi, alla sua morte, scrisse Un uomo, il suo libro più venduto. Quell’uomo era Alekos Panagulis, dissidente che aveva tentato di uccidere il dittatore greco Papadopoulos dopo il colpo di stato del 21 aprile 1967, e che solo l’intervento degli intellettuali internazionali, tra cui proprio Pier Paolo Pasolini, aveva salvato dalla condanna a morte, tramutata dal regime nell’isolamento in una cella che per la ristrettezza delle sue dimensioni chiamata la tomba.

Quella morte a cui era scampato l’amore della sua vita nella Grecia dei colonnelli la prese, crudele e infame, all’alba di dieci anni fa, impedendole di tenere il discorso all’Università Pontificia il cui contenuto aveva anticipato all’amico mons. Fisichella. Avrebbe voluto ricordare al mondo come per dare senso al viaggio della vita non bastino intelligenza ed erudizione, ma soprattutto la forza della passione. È condensato tutto in queste parole il grande lascito morale di Oriana Fallaci, una donna che nella sua vita è riuscita ad avere l’amicizia di Pasolini, l’amore di Panagulis e la stima di Ratzinger.