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I Baustelle per molti significano un giardino ai confini di un burrone in cui se vuoi ritirarti per piangere un po’ e stare da solo nessuno ti verrà a disturbare perché è troppo stretto per masse scomposte e rumorose. Quel giardino significa “passato” perché è impossibile non legare a morte il trio toscano con il ricordo di un’adolescenza felice che si ipostatizza lustrata dagli spigoli più dolorosi. L’immaginazione serve anche a questo: prendere una parte del passato, scinderla da tutto il resto, idealizzarla e nettarla da tutto il dolore che la caratterizzava per renderla un giardino privato in cui calarci quando il presente è davvero troppo per un corpo solo e il futuro non accenna a manifestarsi come lo vorremmo. Tutti in alcuni momenti hanno bisogno di quel giardino nascosto agli altri, un luogo solo nostro in cui i ricordi brutti non entrano e quelli belli invecchiano come vini pregiati in botti di quercia, ogni giorno più preziosi. I Baustelle sono la canzone di un’estate finita male o di cui ancora aspettiamo un finale diverso, sono la musica per la buonanotte mentre passeggiamo piano in quel giardino, sono il volto di persone che vorremmo rivedere o non avere mai incontrato, sono una canzone che non ascolti da troppo tempo perché non riusciresti a finirla tutta senza qualche lacrima.

A questo serve il giardino di cui sopra, poche lacrime in silenzio sono capaci di liberare le spalle e il petto da un peso enorme a volte, anche Achille lo sapeva ma oggi non sarebbe un eroe perché pure alle ragazze è vietato piangere, devono sembrare forti, non esserlo. Per questo i Baustelle sono pericolosi, perché uno può dimenticarsi della vita vera a forza di coltivare ricordi in un giardino e il giardino ci mette un attimo a trasformarsi nel pozzo in cui affoghiamo. I ricordi vanno centellinati altrimenti si finisce per dare corpo ai fantasmi del passato e toglierlo agli affetti del presente, le ombre del giardino diventano persone e le persone attorno a noi diventano ombre. Questo è il rischio che corre chi attraversa il passato; ma è un rischio che vale la pena correre se ci si ricorda di vivere perché la vista è stupenda.

Cin cin

In questo brano emerge con forza tutta la dimensione più intima dei Baustelle, si esprime profondamente la loro natura originaria, un libero inno ad un “noi” di faticosa composizione ma non per questo già arreso.

Io e te
Un futuro non c’è
Ma vedrai
Ci sarà
Cambierà
Rideremo anche noi
Io e te
Del futuro che c’è
In questi occhi che hai
Nel coraggio che ancora non ho
Ma sento dentro
Che un amore
Lo invento

A 4 anni di distanza dall’album “Fantasma” i Baustelle cambiano decisamente registro e segnano una svolta sicura nella scena musicale italiana che può tornare a respirare aria purissima per qualche tempo. Francesco Bianconi, chansonnier ed anima poetica del gruppo, ha dichiarato che quest’ultimo album L’amore e la violenza nasce quasi come reazione spontanea a quel lavoro molto più grave e solenne che fu Fantasma. Difatti questo venne registrato con un’intera orchestra sinfonica da 60 elementi e il soggetto su cui girava l’album era proprio il tempo che accade e si manifesta come sovrannaturale:

«Sintetizza la nostra idea di tempo, è il passato che appare nel presente (come un fantasma appunto). Ma oggi anche il futuro è un fantasma, non ha i contorni definiti che avrebbe avuto 25 anni fa»

Questo dirà Bianconi in un’intervista parlando del concept di Fantasma.

Monumentale

Monumentale è il terzo singolo estratto dall’album Fantasma, riportiamo quello che hanno detto i Baustelle sul brano:

«Un invito a ricercare la vera vita laddove per consuetudine la vita finisce, in un gioco del rovescio che trasforma molti degli elementi comunemente considerati “sociali” in simboli di morte del pensiero e dei sentimenti»

Quindi lascia perdere i dibattiti,
la rete, i palinsesti
per un giorno non studiare,
non chattare, ma piuttosto
stringi forte chi ti ama,
fra le mute tombe del monumentale,
non c’è Dio e non c’è male, solo vaga oscurità

Ma torniamo ad oggi, a noi, a L’amore e la violenza. Un disco definito “oscenamente pop” dall’artista, un ritorno alle prime origini del gruppo toscano. Già dopo una breve lettura dei testi però ci accorgiamo che “pop” non coincide sempre con leggerezza e spensieratezza. I ritmi della canzone pop ci sono tutti questo è evidente, troviamo canzoni abbastanza brevi e melodie semplici (se ci è concessa la formula) ma le storie che si intrecciano ai motivi sono tremendamente tragiche, a volte e capita che ci ritroviamo a canticchiare con leggerezza frasi come:

«Ci si abitua a tutto/al dolore, alle stagioni, alla storia, al calendario/non aver paura, non piangere mai/ lascia consumare il presente/tutto sarà niente»

Così fra una nota e l’altra stiamo intonando quello che scrisse Michel Houellebecq in un articolo dopo la strage al Bataclàn, il futuro dei nostri giorni è fare il callo al dolore, abituarci alle stragi nei parchi, nei ristoranti, ai concerti.

Lili Marleen

L’album è stato anticipato da un singolo non presente al suo interno: Lili Marleen. Questo brano segna perfettamente lo spirito del tempo, la “guerra a pezzi” indicata da Papa Francesco ci colpisce nei luoghi più insoliti e sta a significare che nessuno è al sicuro.

Mentre facciamo l’amore
Sentiamo sparare
Voci che gridano il nome di Allah
Il fiato si gela col freddo che fa

Cos’altro troviamo poi in queste rime così oscenamente moderne? C’è l’eco della guerra in Siria e la tragedia quotidiana dei profughi, cantati in versi crudi:

«Dalla Turchia all’Albania/posti di blocco/ posti di polizia/la guerra avanza/ ragazzo mio ci vuol pazienza/interventisti, jihadisti e scambisti/ in lontananza» o anche altri come «giorni senza fine/croci lungomare/profughi siriani/costretti a vomitare/colpi di fucile/sudore di cantiere»

Ci troviamo la nostra “guerra a pezzi”, la parcellizzazione del conflitto globale che si riversa sulle coste e nei teatri all’improvviso senza avvisarci mai prima di esplodere e poi naturalmente ci si recupera, immancabile in un album dei Baustelle, l’amore. Anche l’amore però subisce l’epoca che abita e così viene declinato in una forma fragile ed atipica, viene ritratta la mancanza e l’abbandono, che sia il ricordo di un amore passato o la speranza per un amore futuro comunque non c’è un presente dove amare, un amore “qui ed ora”, l’amore è stato o sarà. Nell’attesa, scrive Bianconi:

«Ma tu devi resistere, imparare bene a non aver paura/ e ballare la musica elettronica del sabato sera» questo dopo esser stato abbandonato da una donna che «ti ha lasciato un figlio, Forster Wallace, tre maglioni/ e queste cazzo di parole senza senso dentro le canzoni»

Amanda Lear

Questo al momento è l’unico singolo rilasciato per l’album, così introdotto dal trio di Montepulciano:

«Amanda Lear ha un plot molto semplice: lei ama lui e lui ama lei, ma lei ripete ogni giorno che “niente dura per sempre”. Lui prende la massima di lei abbastanza alla lettera e decide di tradirla con la prima che passa»

Versi secchi e taglienti dipingono una storia semplice con uno stile indiscusso.

Amore antico, amica mia
Amore Radio Nostalgia
Io non ti penso quasi mai
ti ho dato in pasto agli avvoltoi
all’olocausto e ai marinai
Amore atomico, Enola Gay

Stringendo all’osso questo rimane al cantante: la vita come fenomeno estetico «la vita è tragica/la vita è stupida/però è bellissima/essendo inutile» che ci fa sentire forte e chiara l’influenza dannunziana. Oltre a questo c’è una figlia a cui donarsi senza riserve, a lei è dedicata la canzone forse più intima dell’album: ragazzina. In questo ultimo brano infatti si può trovare tutta l’ansia di un «padre che non riesce più a capire/se il problema del reame sia vivere o morire» e una bambina sicura che abbraccia il mondo anche se «gli sbuccia le ginocchia». Nessuno lo direbbe ma nell’ultima strofa si può notare anche una eco heideggheriana, un invito al Dio a manifestarsi. Sappiamo che nell’ultima intervista pubblica Heidegger tracciò un quadro impietoso sul presente e sul futuro che ci aspetta, dicendo che il filosofo non può svolgere ormai alcun ruolo e nemmeno indicare una strada; così si affidò completamente ad una forza trascendente l’umano con l’ormai celebre formula «Solo un Dio ci può salvare». Questo è quello che sembra trasparire dalla voce di Bianconi e della Bastreghi negli ultimi versi quasi arresi:

«Scendi dalle stelle/scendi Re del cielo/vieni in questa grotta al freddo/ vieni in questa grotta al freddo e al gelo/ tra Gesù Bambino e l’uomo nero»

Non c’è molto da aggiungere a questa preghiera sommessa: in un’epoca di transizione come la nostra in cui davvero poco spazio è riservato all’azione totale organizzata forse davvero dobbiamo limitarci alle «piccole opere delle piccole mani» come direbbe Tolkien, forse dobbiamo davvero solo aspettare un Dio al freddo e al gelo. Nell’attesa però non dimentichiamoci di coltivare gli affetti più stretti fra le bombe ed i pugnali perché se un Dio arriverà e si troverà dinanzi un deserto, non gli resterà poi molto da salvare.