Esiste una linea sottile che separa il mondo dello sport dal mondo della politica, una linea di demarcazione, a volte netta, alle volte fin troppo facile da superare o da tagliare in due nettamente. Ogni paese ne è stato complice, questa volta è il turno dell’Argentina. Questa è la storia dei 17 giocatori del La Plata Rugby Club scomparsi tra il 1975 e il 1978, i rugbisti che sfidarono la dittatura. Erano giovani, appassionati e con una gran voglia di lottare, erano usciti da poco del Collegio Nazionale, dove avevano imparato a guardarsi intorno. Non erano estranei a ciò che stava accadendo nel loro paese, La Plata è una piccola città nella provincia di Buenos Aires, a 90 km dalla capitale, eppure il finto silenzio su ciò che stava accadendo era arrivato fin lì. Ragazzi scomparsi, strappati alle famiglie nel cuore della notte, dimenticati dalle prime pagine, ritrovati qualche mese dopo. Eppure quei 17 avevano imparato ad osservare la realtà anche al di fuori del campo da rugby, canarios (per il giallo delle magliette) sul rettangolo verde, gruppo anti governativo nello spogliatoio.

Il primo a scomparire fu il mediano di mischia, Hernan Roca, detto “Mono” perché il suo aspetto ricordava vagamente quello di una scimmia, non era l’unico ad avere un soprannome, darsene a vicenda era quasi un rito in quella squadra, e quasi tutti avevano a che fare con le caratteristiche fisiche dei vari giocatori. Era aprile, una settimana prima della partita che avrebbe visto il club di La Plata scontrarsi contro Champagnat, e Mono era andato a far visita a suo padre quando il gruppo militare della Tripla A lo prelevò dall’abitazione e lo fece sparire nel nulla. Leggenda vuole che lo scambiarono per suo fratello, militante tra i Montaneros, gruppo radicale della sinistra peronista, e accortisi dell’errore lo uccisero per sbarazzarsene. Altre opinioni dicono che l’errore non ci fosse, era proprio Mono che la Tripla A stava cercando.

 Il silenzio era arrivato anche a La Plata. Il corpo di Hernan, traforato da ventuno colpi da arma da fuoco, fu ritrovato  alcuni giorni dopo, a pochi giorni dalla partita che i canarios non accettarono di rimandare. Alcuni compagni di squadra iniziarono ad interessarsi alla politica proprio dopo la morte del Mono. Riuscirono anche ad ottenere un minuto di silenzio a inizio partita, richiesta che costò cara ai rugbisti di La Plata, ma che sfruttarono l’occasione a loro vantaggio. Dopo tanto dolore, la beffa. Sugli spalti personaggi politici, militari della Tripla A che non lasciavano i ragazzi neanche durante gli allenamenti, spettatori silenziosi, aguzzini di un sistema che con il rugby aveva poco a che fare. Eppure quel minuto non terminò con il fischio dell’arbitro, i giocatori rimasero lì schierati, il pubblico in piedi, la palla al centro del campo dimenticata da tutti e intanto il cronometro che continua a scorrere via fino a segnare 10 minuti di un silenzio che sembra eterno.

Quei 10 minuti furono la scintilla di una sfida che non prevedeva un armistizio finale. I canarios vinsero quella, come le altre partite seguenti, sembravano nati per quello sport, ma anche per ingannare qualcuno seduto più in alto di loro. E così fu il turno di Otilio Pacua, mediano di apertura, ritrovato mesi dopo sulla riva di un fiume, con i polsi legati e un peso attaccato ai piedi. Se l’assassinio del Mono poteva esser stato un errore, questo non lo era affatto, ma fu un pretesto per i compagni per diventare l’ “Eserjito revolucionario del cisne”, della burla. Non sbagliavano una partita, la loro fama si era diffusa in tutta l’Argentina, ma la squadra non aveva più la stessa rosa. Ad ogni giocatore assassinato dagli aguzzini di Videla veniva sostituito un rugbista delle squadre giovanili, nonostante le vittorie non venissero meno, chi portò con sé il peso di questi cambiamenti fu Raul Barandiaran, unico sopravvissuto della squadra originale. Fu grazie a lui che la storia dei 17 desaparecidos della palla ovale divenne di dominio pubblico, nel 2006 nello stadio di Gonnet, tra coppe e magliette incorniciate apparse anche una targa, dedicata proprio a loro. “Mi chiedo sempre come sia accaduto che siamo stati l’unica squadra a soffrire tutto questo in una percentuale così alta”, dichiara Raul, e le sue parole diventano l’incipit del romanzo che racconta la storia integrale della sua squadra, Mar del Plata, scritto da Claudio Fava. “Un giocatore teso, attento, pronto allo scatto e a resistere alle cariche, ai placcaggi, a tutto. Solo che quest’uomo non è un giocatore di rugby come gli altri: lo si capisce quando comincia a raccontare quella partita…”.