di Andrea Lambertucci

Twickenham Stadium di Londra, minuto 78. La Scozia guida l’incontro con un parziale di 34-32. In pochi secondi, però, il sogno dei Thistles si trasforma in un incubo: un rimbalzo non controllato, seguente alla touche scozzese, porta all’in-avanti gli uomini di Vern Cotter e al fuorigioco di Jon Welsh. L’arbitro, il sudafricano Craig Joubert, è costretto ad accordare (non potendo consultarsi con il TMO ndr) un calcio di punizione per l’Australia; gli Wallabies trasformano con Bernard Foley e si aggiudicano per 35 a 34 il quarto di finale più drammatico nella storia dei Mondiali di rugby.

Centrando i pali, ieri sera, l’Australia non ha solamente vinto il proprio match, ma ha anche eliminato l’ultima squadra dell’emisfero boreale rimasta nella competizione, sottolineando le evidenti difficoltà di gioco e di mentalità emerse nel corso dell’intera manifestazione. Per la prima volta nella storia, le quattro semifinaliste di un mondiale di rugby provengono tutte dall’emisfero australe, dall’emisfero colonizzato: un evento storico per All Blacks e soci “meridionali”, drammatico per il movimento rugbystico “settentrionale”. Viene da chiedersi, quindi, quali siano queste difficoltà e come possa, l’emisfero nord, riacquistare quella posizione di rilievo internazionale che ha sempre avuto.

L’equilibrio tra le squadre del Sei Nazioni e quelle del Tri Nations è sempre stato prevalentemente favorevole alle compagini del sud (l’unico successo del nord è stato quello dell’Inghilterra nel 2003), ma con l’ingresso dei Pumas dell’Argentina nella grande famiglia del rugby australe, l’ago della bilancia sembra essersi definitivamente spostato dalla parte dei meridionali. In questi quarti di finale, il ritmo di gioco imposto dai Pumas all’Irlanda e dal Sud Africa al Galles ha demolito le nazionali vincitrici degli ultimi quattro Six Nations, mentre la Francia veniva spazzata via dalla Nuova Zelanda e la Scozia si trovava a giocare la partita della vita, arrivando a sfiorare l’impresa contro l’Australia: quattro a zero, tutti a casa.

I problemi, purtroppo, sono diversi e assai evidenti. I giocatori dei pacchetti di mischia delle nazionali australi sono migliorati, nel tempo, assumendo maggiore fisicità: tale aumento di massa, combinato con le eccezionali doti stilistiche e tecniche di nazionali come Australia o Nuova Zelanda nel gioco aperto, ha comportato la perdita di quel vantaggio tattico che le nazionali boreali detenevano da sempre. Ruck, touch, maul e mischie ordinate sono divenute, in alcune partite, armi a vantaggio dell’emisfero sud. Inoltre, il gioco aperto e la precisione nei calci piazzati delle compagini settentrionali si è notevolmente ridotto (come nel caso della deludente Inghilterra, eliminata nel mondiale di casa da Australia e Galles).

Certamente, l’IRB sperava di riuscire ad innalzare il livello del gioco, permettendo ai Pumas argentini di giocare con le squadre del Tri Nations e agli Azzurri di competere nel Sei Nazioni; ma questo esperimento è riuscito solo in parte, poiché il movimento argentino ha supportato l’avventura dei Pumas nel neonato Rugby Championship, mentre l’Italrugby si trova ancora, a 15 anni di distanza dall’ammissione al Six Nations (per ammissione dello stesso presidente della Federazione Italiana Rugby, Alfredo Gavazzi), in balia dei soliti localismi e della scontata affezione nazionale al gioco del calcio, che consuma la maggior parte delle risorse, economiche e non, del CONI.

Non si può, però, incolpare la sola Italia di questo tracollo. Anche il Giappone, che aveva vinto contro il Sud Africa all’esordio, così come la Romania e gli Stati Uniti d’America, sono casi eclatanti che fanno luce sulle difficoltà che si incontrano durante la creazione di un movimento rugbystico solido e stabile (l’Argentina, tra le quattro regine del mondiale, è in effetti l’unica ad avere rappresentative di grande successo in molti altri sport).

L’Australia ha gettato il rugby dell’emisfero boreale nei quattro anni più lunghi e difficili della sua storia, quelli che porteranno al mondiale giapponese del 2019. A proposito, l’argentino Juan Imoff ha dichiarato che “In Europa si pensa a vincere, nell’emisfero sud si pensa a giocare”. Il problema è che in Europa, almeno per il momento, non si vince più, e la palla ovale sembra ruotare sempre più nel verso dell’egemonico emisfero sud.