Idi Andrea Lambertucci

Il 29 novembre 2015, Kobe Bryant, la guardia dei Los Angeles Lakers, ha dichiarato che a fine stagione si ritirerà dal basket giocato. Una notizia che ha portato sconforto nel cuore di tutti gli appassionati e, soprattutto, tra le file dei supporter dei Lakers, perché Bryant non era solamente il capitano della franchigia più prestigiosa della West Coast, ma il giocatore più importante del basket di inizio millennio.

La parabola del “Mamba” inizia nelle giovanili delle squadre italiane per le quali giocava il padre Joseph (da Rieti a Reggio Calabria, passando per Pistoia e Reggio Emilia), continua con il ritorno negli USA, dove batte il record del quadriennio nelle High School di Philadelphia detenuto da un mito come Wilt Chamberlain. A 18 anni entra nel Draft NBA come numero 13 e viene selezionato dagli Hornets, che però lo girano ai Lakers per ottenere le prestazioni del centro Vlade Divac: i giallo-blu di Los Angeles, inconsapevolmente, ottengono così uno dei giocatori più importanti della storia del basket.

Con i Lakers, in 20 anni di carriera, Kobe ha conquistato 5 anelli NBA (three-peat dal 2000 al 2002, e il biennio 2009-2010, sempre con Phil Jackson in panchina), ha raggiunto il terzo posto degli scorer all-time della lega, realizzato il secondo record di ogni tempo per punti in una singola partita (83 Raptors, il 22 gennaio 2006) e ha superato, nelle classifiche di lega, idoli eterni come Michael Jordan e “Magic” Johnson. Anche in nazionale il suo contributo è risultato decisivo: con il “Team della Redenzione” ha incantato il mondo e conquistato due ori olimpici (Pechino 2008 e Londra 2012).

Bryant, però, sarà ricordato come il “Mamba Nero”, comunemente detto “Settepassi”, poiché si reputa così velenoso da impedire ad un uomo adulto di compiere più di sette passi dopo un suo morso. Kobe ha guadagnato questo soprannome per la sua velocità (tanto di azione, quanto di pensiero), per il suo atletismo, la sua forza e, soprattutto, la sua capacità di essere letale: quando gli avversari offrono il fianco in un momento di sbandamento, Bryant “sente l’odore del sangue e uccide la partita”.

Queste sue capacità, guadagnate in anni di duro lavoro ed enormi sacrifici, hanno permesso al Black Mamba di riscrivere la storia e il libro dei record del basket, e hanno riproposto i Lakers ai vertici del basket NBA (si potrebbe poi discutere ampiamente riguardo alla dimensione “mondiale” che si arrogano i vincitori del campionato americano).

Il basket ci ha donato un fenomeno purissimo, capace di raggiungere traguardi che solo pochi altri sono riusciti a sfiorare; il basket ci ha deliziato con Jordan, ci sta affascinando con LeBron, ma ci ha anche regalato 20 anni bellissimi in compagnia di uno di quei predestinati che la palla a spicchi, nel tempo, ha accolto e reso immortali. Il basket ci ha regalato 20 anni di Kobe Bryant, così come il Mamba ha donato al basket 20 anni della sua vita. Il 29 novembre, entrambi i grandi protagonisti di questa meravigliosa opera, hanno scritto l’incipit dell’ultimo atto; un ultimo atto che gli appassionati sperano possa portare ad un lieto fine, uno di quelli che impreziosiscono tutte le favole migliori. Perché il basket è stato Kobe e, per alcuni anni, Kobe è stato il basket, in un’eterna favola sportiva che si tingeva di un amore travolgente.

Per questo è giusto aspettare il giorno del definitivo “addio al basket” di Kobe Bryant per giudicare e valutare il suo operato. Per ora si può solo ammirare il tempo che rimane al Mamba per incantare la sua platea. Lo stesso 24 giallo-blu, nella sua lettera, scrive alla palla a spicchi; “Ci siamo dati entrambi tutto quello che avevamo. E sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò, che rimarrò per sempre quel bambino con i calzini arrotolati, bidone della spazzatura nell’angolo. 5 secondi da giocare. Palla tra le mie mani. 5… 4… 3… 2… 1… Ti amerò per sempre, Kobe”.

Forse fino all’ultimo si daranno l’un l’altro tutto quello che possono, tutto quello che vogliono. Forse, poi, si vedrà, Ma in fondo, come dice la celeberrima canzone di Antonello Venditti, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Forse.