Ventisette anni, ventisette partite giocate nella stagione 2014-15 che ha visto il suo mvp in panchina per le restanti 55. KD è tornato sul parquet mercoledì notte a Minneapolis, contro i promettenti Timberwolves. “Mi sono sentito alla grande, una volta sceso in campo ero come a casa”, perché in fondo i Thunders sono la sua casa. Dalla Texas University, il passaggio per il Draft del 2007 e l’approdo ai Seattle Supersonics, la precedente incarnazione dei Thunder prima del trasferimento a Oklaoma City.

Un’assenza durata troppo a lungo, un infortunio curato in maniera tempestiva che gli è costato il suo anno da mvp. Frattura di Jones, slogatura dell’alluce e frattura della stessa caviglia destra, otto mesi lontano dal parquet, “sospeso da tutte le attività legate al basket”. Ma il calvario sembra finalmente terminato, Durant è tornato in campo e ha regalato ai Thunder 22 punti e 4 assist in 22 minuti di gioco. Alla grande, sulla scia dei vecchi tempi, cercando di riprendere il ritmo e riacquistare i suoi movimenti. “è stato bello vederlo scendere in campo” ha dichiarato il compagno Westbrook, pedina essenziale di quel binomio KD-RW che ha fatto tremare le arene delle Wester Conference. Un’accoppiata vincente quanto inverosimile, prendere Durant e Westbrook è come prendere una pera e una fetta di formaggio, ingredienti opposti che si sposano alla perfezione se inseriti nello stesso piatto. Se uno è conosciuto come il nice guy, elegante nel suo modo di muoversi l’altro è decisamente una furia senza controllo. Quando Durant decide di farsi largo tra i difensori, Westbrook è l’uomo che invece gli si scaglia contro, diretto, a volte violento. Nonostante le vittorie c’è chi ancora non riesce a credere nell’efficacia di questi due talenti messi insieme e chi invece crede che debbano essere divisi perché talmente forti da poter sostenere il ritmo anche da soli, Durant come ala piccola, anche se attribuirgli un ruolo sarebbe inutile e superfluo, e Westbrook come point guard, anche se più che gli assist gli piace andare direttamente a canestro.

Ma sembra che la sinfonia sia cambiata. Pare che Russ non sarà l’unico bad guy tra i Thunder, perché il nuovo atteggiamento “mean” di KD sta facendo ombra sulla sua nomea di giocatore mai irrispettoso e spoglio dai tatuaggi sulle braccia. La trasformazione è stata notata soprattutto nei confronti dei media ai quali oggi si presenta più spontaneo ed emotivo non nascondendo quella nota di carattere che lo fa sembrare alle volte aggressivo e maleducato. Pare che tutto sia nato per il grande polverone innalzato da Stephen A. Smith sulla ancora incognita strada che dovrà intraprendere KD35 alla fine della stagione 2015-16, e nonostante questo sono arrivate smentite su smentite da parte del giocatore che non intende svelare nulla né precludersi alcuna strada.

Dovremo aspettare ancora lunghi mesi per scoprire se la recondita sorte di Durant si scoprirà essere in quel di Washington DC, città natale del cestista, se arriverà ad indossare la casacca giallo-viola sulla costa opposta oppure se deciderà di rimanere ad Oklaoma City. Ad oggi ciò che di meglio c’è da fare è che KD riesca a riprendere al meglo le sue capacità fisiche, per tornare a raggiungere quei livelli del 2013, quando oltre a grande attaccante aveva fatto un grande alto di qualità anche in difesa. Nonostante tutto a smentire l’insinuata insensibilità del giocatore arrivano le sue dichiarazioni in merito alla vicenda Odom, come un fratello maggiore per lui dopo il Mondiale del 2010, lo descrive come un ragazzo umile nonostante avesse appena conquistato il titolo NBA e “uno dei ragazzi dal cuore più grande con cui abbia mai avuto a che fare. È una situazione difficile, ma noi nella NBA dovremmo raccoglierci come fratelli intorno a lui e sostenerlo, non importa in che modo e pregare che le cose vadano per il meglio”.