di Andrea Lambertucci

Il 18 novembre scorso è venuto a mancare ad Auckland, Nuova Zelanda, Siona Tali “Johna” Lomu, il più grande rugbista della storia, sopraffatto da una rara malattia renale che ne ha causato la prematura scomparsa a soli 40 anni. La “sindrome nefrosica” causa perdita di proteine provenienti direttamente dal sangue, edemi ed ipercolesterolemia. Si comprende bene, quindi, come questa malattia, diagnosticata nel 1999 quando Lomu aveva appena 24 anni, sia riuscita a minare lo strapotere atletico e fisico del gigante neozelandese, comportandone il declino delle prestazioni sportive, fino all’inevitabile ritiro del 2010. Purtroppo, la rarità della sindrome nefrosica e il suo “sfortunato” decorso sono stati gli unici due fattori in grado di fermare Johna Lomu.

Infatti, il gigante neozelandese (196 cm di altezza per 119 kilogrammi), nato in un quartiere emarginato di Auckland e salvato, proprio grazie al rugby, da un’adolescenza border line nelle periferie della città, è per tutti gli sportivi la più alta definizione della quintessenza dello sport della palla ovale: forza impressionante, dimostrata nella famosa meta contro l’Inghilterra (Sudafrica 1995), una velocità fuori dal comune per un uomo di 119 kili, con un personale di 10,8 secondi sui 100 metri piani (ai tempi del liceo al Wesley College), e l’immensa sportività che contraddistingue tutti i rugbisti.

Come hanno riportato i giornali sportivi di tutto il mondo, Johna Lomu è stato l’uomo che ha portato alla ribalta il rugby, rappresentandone appieno lo spirito e gli ideali, sia dentro che fuori dal campo. Il presidente della World Rugby ha dichiarato che “Johna sarà ricordato come un pioniere, un gentleman e un grande amico dello sport che amava”. Oltre al suo ruolo di “ambasciatore del rugby” e al suo impegno in attività di beneficenza, però, Lomu sarà ricordato anche per essere stato (incolpevolmente e senza alcuna intenzione) l’ultimo ostacolo che il Sudafrica di Mandela ha dovuto superare per creare “la nazione arcobaleno” post-apartheid e, in patria, per aver più volte manifestato il suo attivismo politico di stampo nazionalista a favore del partito del presidente neozelandese John Key.

Il “gigante buono neozelandese” è però caduto, crollato di fronte alle difficoltà della sua malattia, che ha affrontato e combattuto fino all’ultimo giorno, manifestando quella grinta e determinazione che ne avevano caratterizzato prima l’infanzia nei sobborghi di Auckland e, poi, la carriera rugbistica: ma ciò che resta di Johna Lomu, oggi, è il ricordo e l’ammirazione che tutti noi amanti dello sport serberemo per sempre per la più grande leggenda del rugby mondiale, entrato ora nell’olimpo dei campioni sportivi di tutti i tempi.

La curiosità più affascinante? Johna Lomu, nella sua carriera, non ha vinto nulla. Il tre quarti ala degli All Blacks, che riusciva a incutere timore in qualsiasi avversario e rispetto in qualsiasi appassionato, ha raccolto un misero palmarès di soli due Super Rugby e un National Provincial Championship. Perché questa povera lista di trofei riesce ad affascinare? Perché nello sport, come nella vita, non sono sempre i premi vinti o le onorificenze ricevute che rendono grande un uomo. Johna Lomu è stato e sarà per sempre una leggenda, non un grande uomo, ma un gigante. E quando un gigante cade, la terra trema in un attonito e struggente silenzio.