di Giovanni Parente

Era tornato ai suoi livelli, di nuovo decisivo, guidando la sua squadra alla finale di Champions League, poi persa col Barcellona. Poco dopo l’infelice epilogo Carlos Tevez ha preso la decisione di tornare in Argentina, nel suo Boca Juniors, a casa sua. Era il 14 luglio quando il nuovo numero 10 degli Xeneizes promise di “riportare il titolo alla Bombonera”. Tutti sapevano che non sarebbe stato facile, ancora di meno nel primo anno della nuova riforma proposta dalla Federcalcio Argentina: in ricordo del presidente Grondona, scomparso pochi mesi prima, era stata attuata l’idea di Primera Division che lui sognava. Un torneo infinito: 30 squadre, di cui 20 proveniente dalla precedente edizioni e le altre dieci promesse dalla Serie B, un girone unico di sola andata fra tutte le squadre per un totale di 29 partite a testa più la giornata dei “Clasicos” ovvero tutte le grandi rivalità del paese in unica domenica. Solo in Argentina.

L’unico avversario che poteva negare il titolo a questo Boca era, paradossalmente, lo stesso Boca, costruito così sapientemente dall’ex terzino sinistro Rodolfo Arruabarrena che, da giocatore di giallo-blu, decideva la finale di andata della Copa Libertadores 2000 con un’indimenticabile doppietta ad un altro club fondato da italiani, il Palmeiras di San Paolo. “El Vasco” ha puntato fortemente sul 4-4-2 largo: in cabina di regia, in un ruolo alla Busquets, troviamo Pablo Perez, con Erbes a destra e Melli sinistra, più il trequartista Lodeiro che può scaricare il suo vellutato sinistro in porta o servire il duo Tevez-Calleri in attacco. Già, proprio quel Calleri che è diventato virale nei video di skills su YouTube ma non è solo questo: la rapidità e l’imprevedibilità di questo talento scuola Boca hanno attirato le mire di club che puntano molto sui vivai sudamericani come il Villarreal e l’Atletico Madrid.

In difesa c’è il veterano e capitano Diaz, ormai vicino al canto del cigno, a guidare le operazioni: “El Cata” era in campo, nel dicembre 2007, quando il Boca perdeva 4-2 la finale del Mondiale per club contro il Milan allenato da Ancelotti ed è l’unico giocatore rimasto di quell’ultimo grande Boca. Nel sistema di gioco di Arruabarrena rivestono una grande importanza i terzini Peruzzi, meteora a Catania, e Colazo: a loro tocca il compito di spingere il più possibile per non dare un attimo di respiro agli avversari ma non devono dimenticarsi i propri compiti difensivi per evitare che la trappola del fuorigioco possa risultare letale per i propri compagni di squadra. In quest’ultima stagione è apparso un altro nome alla ribalta del calcio argentino: Adrián Cubas.

È il tipico mediano sudamericano, dotato di quella “garra” necessaria per contrastare gli avversari nelle fasi decisive delle partite nonostante il suo metro e 65 di altezza, è anche abile nel recuperare i palloni e, oltre ad essere un giocatore “di rottura”, è bravo nello smistamento dei palloni sia con lanci lunghi che con passaggi corti. Magari sarà proprio questo giovane talento il prossimo a lasciare l’Argentina per cercare fortuna in Europa e un giorno forse tornerà, dopo aver ottenuto tutti gli onori possibili, nella sua terra. Proprio come ha fatto Carlitos Tevez, che ha preferito ascoltare il suo cuore piuttosto che il conto in banca, guidando il suo Boca alla conquista del campionato quattro anni dopo l’ultima volta. Riprendendosi la scena anche dall’altra parte del mondo. Alla sua maniera.