“Ti metto a disposizione il miglior esterno destro brasiliano, un tre volte pallone d’oro argentino e l’uruguaiano che ha fatto cadere ai suoi piedi la Premier League, tu falli giocare insieme e saremo il Barcellona più forte di sempre”. Sono passati 365 giorni da quando Zubizzareta, d.s. dei Blaugrana ha lanciato la sfida alla vecchia volpe di Luis Enrique. Non un problema per uno che senza troppi timori è diventato simbolo del Camp Nou, dopo aver vestito la camiseta blanca al Bernabeu. Di sicuro non un impresa da tutti amalgamare i tre tenori dei paesi più in conflitto dell’America Latina. Gli sono bastate cinquantotto partite per convincere anche i più scettici che l’ipnotico tiki-taka era diventato ormai anacronistico per un mondo improntato alla velocità e costituito da una società che ha poco di orizzontale. Ha spiantato dalla mente dei suoi i dettami guardioliani, obbligandoli alla verticalità per raggiungere l’obbiettivo nel più breve tempo possibile. Ha disinstallato la modalità del pressing asfissiante che logorava le gambe e i polmoni dei giocatori ben prima del triplice fischio finale, per una più democratica distribuzione dell’energia nell’arco dei novanta minuti. Ha tessuto per i suoi undici uomini un vestito blaugrana più guerriero e meno estetico, più ermetico e meno barocco. Il passo finale è stato quello più difficile, la convocazione degli undici eletti in grado di seguirlo ciecamente anche quando la nebbia delle critiche avrebbe accecato la retta via. Ha fatto scelte difficili, inizialmente discutibili ma sempre redditizie, che ora hanno portato lodevoli dividendi.

Gli interpreti della prima linea sono rimasti gli stessi, ma è a centrocampo con l’esclusione di Xavi Hernandez fin da inizio stagione che ha dato la svolta del suo gioco dalla tre quarti in su. Al suo posto ha espressamente richiesto la corsa e le incursioni di Rakitc, per poi concentrare gli sforzi sulla triade più eclettica d’Europa. Ha spostato quel numero 10 argentino nella zona di campo in cui era nato calcisticamente, quella fascia destra dove l’incanto del piede mancino può splendere nel migliore dei modi. Ha eliminato la falsità del nove guardioliano inserendo la bramosa fame del bomber uruguaiano. Ha affidato al brasiliano l’out di destra, quella in cui i grandi numeri 7 della storia hanno scritto pagine immense di calcio, costruendo la MSN: Messi, Suarez, Neymar. Ha sintetizzato tutte le sue esperienze per completare l’utopico progetto: uno spagnolo 4-3-3 in fase offensiva che si riequilibra in due linee da quattro in quella difensiva, dal sapore tanto italico. Messi liberato dagli incarichi offensivi, ha l’obbligo esprimere la sua fantasia tra le linee spostando il suo raggio d’azione sulla destra, un vero e proprio play d’attacco. Scelta dettata dalla mancanza di un metronomo a centrocampo; Rakitic pur essendo in possesso di un piede vellutato deve percorrere il binario centrale con destinazione punta esterna, profondità lasciata libera dall’accentramento della Pulga. Neymar ha il dovere di aspettare la palla il più esterno possibile, dettando il passaggio per il mancino di Rosario. Suarez da specchietto per le allodole ha sulle spalle il peso di tenere occupati i marcantoni della difesa avversaria. Geometrie e meccanismi che poco hanno a che fare con l’istinto e l’estro del campione, ma che hanno indottrinato una squadra che per troppo tempo si era allontanata dai radar del calcio classico, mandando in confusione tattica una squadra apparsa più volte disorganizzata. Lucho dopo un anno è riuscito a vincere la sfida, oggi nella partita contro l’Atletico potrebbe laurearsi campione, proprio nel match in cui il suo predecessore aveva fallito. La finale di Champions League da giocare con i gradi da favorito nasconde insidie che l’ex allenatore della Roma conosce bene. Lui che è uscito con le ossa rotte dal mediocre calcio italiano, si è rialzato costruendo un progetto dal carattere duro proprio come era da giocatore. Un Barça che ha nelle vene il sangue latino, una sfida che mai nessuno avrebbe accettato, Luis Enrique l’ha vinta superando le rivalità.