Dicono che se si raccolgono abbastanza dati, qualsiasi cosa può essere dimostrata con metodi scientifici. Adesso immaginate di dover convincere un purista del calcio che ogni traiettoria del pallone e ogni movimento dei calciatori sarà un copione già scritto, studiato e automaticamente interpretato da quegli attori con i tacchetti durante la partita. Matthew Benham un calciofilo non lo è mai stato, anzi ha preferito accumulare ricchezze nel gioco d’azzardo, affinando teoremi matematici in grado di poter incrementare notevolmente i suoi guadagni. Non contento ha deciso di estendere la sua filosofia nel mondo del calcio, acquistando lo scorso anno la piccola realtà del Midtjylland. I Lupi giocano ad Herning una piccola cittadina nel mezzo della penisola dello Yutland, con poco meno di sessanta mila abitanti, dove le giornate sono scandite da una salutare pedalata e due tiri con il puck e i pattini da ghiaccio ai piedi. Benham come primo passo ha affidato la gestione generale del club a Rasmus Ankersen, uno che di numeri se ne intende; avendo fatto da consulente marketing per le più grandi aziende della Silicon Valley. Nel suo programma si sommano una serie di dati che oltre a decidere quale giocatore sia più funzionale per ogni incontro, sceglie tra l’infinita rosa dei professionisti quale sia il più idoneo per interpretare al meglio ogni ruolo nel sistema di gioco. Come quando ci si trova all’alba di una rivoluzione, inizialmente non si capisce fino in fondo se la strada che si sta percorrendo sia quella giusta o semplicemente un azzardo che porterà verso il fallimento.

Per questo l’approdo di Tim Sparv, pescato dal Greuther Fürth in seconda categoria tedesca, sembrava un attentato anche ai più disponibili ad accettare la sfida. Eppure il programma di Ankersen aveva scelto proprio lui; l’unico mediano in Europa ad intervenire in scivolata con il contagocce e guai a prendere un cartellino, un equilibratore della mediana, sempre posizionato nel baricentro della squadra. Dove i piedi non arrivano, arriva la tattica, lo studio meticoloso di ogni situazione di gioco, l’assimilazione di tutti quegli schemi indigesti alla squadra avversaria. Il sistema oltre ad essere rivoluzionario è stato anche vincente, portando i danesi a vincere per la prima volta la Superliga e offrendo loro la possibilità di esporre il proprio lavoro anche sul palcoscenico europeo nella prossima stagione. Ma l’esperimento danese non è l’unico ad aver seguito la strada della modernità; molti top club europei hanno dirottato fondi destinati allo scouting verso il dipartimento del match analysis. Per Guardiola è il momento più importante della settimana, rivedere ed analizzare i novanta minuti per perfezionare anche i minimi errori. Studiare il DNA dei prossimi avversari per scoprire ogni punto debole; movimenti della difesa, uscita dal pressing, caratteristiche offensive e soprattutto le palle inattive che aumentano la loro efficacia venendo di fatto catalogate sotto azioni pericolose. L’elaborato settimanale è un video di poco più di mezz’ora nel quale i calciatori apprendono teoricamente i movimenti da effettuare nella prossima partita, per poi riportarli in campo. Il tentativo di ricondurre una il pallone a scienza esatta è solo all’inizio; per i puristi è la morte del calcio, l’occlusione del genio, costretto a non esprimere la propria fantasia per rispettare i dettami ricevuti da matematici poco esperti degli infimi meccanismi del gioco reale. Per gli ultramoderni è la realizzazione di un sogno, che nelle realtà degli sport americani è già ampiamente sfruttato, una guerra fredda di accorgimenti tattici per scoprire i punti deboli avversari.
Una tempesta d’innovazione si sta per abbattere sul calcio facendolo entrare nell’era moderna, o forse quel pallone sarà ancora libero di decidere liberamente dove andare sul rettangolo di gioco…