E poi c’è il disincanto, quel sentimento che implica il superamento di un’illusione. Quel sogno che spinge ogni tifoso di calcio ad inizio stagione a seguire con speranza la sua squadra, nonostante il corso del tempo non abbia portato miglioramenti. C’è un dato oggettivo, che esige nel nuovo millennio, la vittoria esclusiva delle competizioni continentali o nazionali all’élite del calcio.

Con élite intendiamo quei club che fanno del proprio fatturato, il loro fiore all’occhiello. Composti da delle rose da museo, dove esporre i propri pezzi pregiati. C’è una linea di pensiero che attribuisce il divario venutosi a creare tra il Gotha del calcio europeo e le cosiddette “medio-grandi”, agli squali procuratori, agli sponsor e a Sceicchi spendaccioni. C’è in realtà una voce nascosta all’interno di questa critica, che fa capolinea sotto il nome di fondi di investimento. Da sempre è cosi, se non puoi raggiungere la vetta in solitaria, cerca aiuto in qualcuno, approfittane e spera che questo non ti lasci cadere appena prima del traguardo. L’esempio faro dell’aiuto offerto dai fondi di investimento ha tinte colchoneros, e prende il nome di Doyen Sports.

Fondo di private equity che si occupa di finanziare i contratti di acquisto e cessione di calciatori professionisti per conto di club calcistici sudamericani ed europei. Il loro investimento non si ferma soltanto ai componenti che scendono in campo, ma può consistere nell’inserimento di liquidità all’interno delle vuote casse dei club in crisi finanziaria. Il third-party ownership (ora vietato dalla Fifa dopo i casi Tevez e Mascherano), è una pratica molto usata nei paesi del Sudamerica, dove i giocatori quasi mai sono di proprietà delle squadre. Giocano per conto di una società che ne detiene i diritti, e non appena sente odore di plusvalenza, fa migrare il proprio assistito verso lidi d’orati.

Nelle varie transizioni, molti sono i passaggi che rendono nebbioso il risultato finale, si veda il prezzo alla cassa di Neymar Junior mai realmente quantificato con precisione. L’Atletico Madrid, dopo la crisi dei primi anni duemila, ha deciso di vendere la propria anima al diavolo, cedendo la responsabilità sportiva alla Doyen Sports. I risultati della squadra sono stati negli anni successivi incantevoli, con due Europa League, due Supercoppe e una Liga.

Tutto frutto di buoni investimenti, ma anche di una fortunata chimica di squadra che è riuscita a superare le continue svendite di punte di diamante (Torres, Aguero, Falcao, Diego Costa). In realtà la vendita è stata di fatto forzata dai fondi di investimento, che dopo aver creduto nel compimento dei risultati sportivi, bussavano alla porta per riscattare le proprie plusvalenze di giocatori mai realmente detenuti dalla squadra. Nelio Lucas CEO di Doyen Sports dà in realtà una chiave di lettura diversa, attribuendo alla propria società il merito di conferire a squadre non apparentemente appartenenti all’élite del calcio, la possibilità di competere ad alti livelli. Si attribuisce la virtù di essere una delle poche realtà ancora disposte ad investire in uno sport sempre più in crisi. Ed è proprio nei paesi in crisi, Spagna, Portogallo e paesi dell’est europa che la Doyen Sports ha tesso la propria ragnatela.

E l’Italia? Paese notoriamente in crisi per i profitti sportivi? Il fondo di investimento con sede a Malta non è ancora sbarcato nella nostra amata Serie A. Principalmente per un’unica motivazione: il limite massimo di tesseramenti di extracomunitari. Tuttavia, dove i soldi mancano, gli speculatori si avventano. La prima via apertasi per la Doyen Sports nel nostro paese è stata la vendita della quota di maggioranza del Milan.

Bee Taechaubol, tycoon tailandese, si è affidato proprio alle consulenze e all’esperienza del fondo di investimento per cercare di completare un’operazione che porterebbe, l’ennesima nobile decaduta, nelle mani straniere. Sembrano lontani quei giorni in cui il Porto di Mourinho compiva l’impresa di alzare la Coppa dalle grandi orecchie, o il Glorioso Ajax era in grado di fare la voce grossa in campo europeo. Di colpo, svegliati dalla necessita del sistema di espandere i propri introiti, abbiamo dovuto assistere all’instaurazione di un’oligarchia calcistica. Sognatori della democrazia, impassibili, assistiamo al declino delle nostre speranze.