di Andrea Lambertucci

James McClean ha 26 anni ed è un ala sinistra del West Bromwich. Ogni anno, però, intorno all’11 novembre, l’eclettico ragazzo di Derry (ndr, una cittadina dell’Irlanda del Nord) diviene il fulcro della cronaca sportiva britannica non per le sue prestazioni sul rettangolo di gioco, ma per le sue convinzioni politiche e le sue posizioni ideologiche fondamentalmente anti-britanniche.

Questo perché McClean rifiuta categoricamente di indossare il “red poppy”, il papavero rosso, simbolo della memoria che i britannici celebrano nei confronti dei caduti in tutti i conflitti armati. Un rifiuto dovuto al celeberrimo episodio del “Bloody Sunday”, quel 30 gennaio 1972 nel quale 14 giovanissimi della destra nazionalista ed indipendentista nordirlandese vennero uccisi dalle truppe dei paracadutisti britannici perché manifestavano contro un decreto iniquo che permetteva l’incarcerazione a tempo indeterminato per i “sospetti” nazionalisti irlandesi.

McClean, per questo, diviene l’eclettico promotore di un sentimento anti-britannico che, in realtà, non si è mai sopito nei domini di Sua Maestà. Decide di non giocare per la nazionale nordirlandese nel 2011, ottenendo nel febbraio 2012 il permesso dalla FIFA per poter giocare nella rappresentativa dell’Irlanda: molti hanno letto questo cambio di nazionalità calcistica in chiave politica (e, probabilmente, senza sbagliare) la volontà di evitare una possibile convocazione con la rappresentativa del Regno Unito per i Giochi Olimpici di Londra 2012.

Dopo aver rifiutato la nazionale nordirlandese e aver abbracciato la causa della Repubblica d’Irlanda (ndr, nel Rugby le due squadre sarebbero state accorpate nell’unica federazione esistente, quella irlandese), la carriera del 26enne di Derry conoscerà diversi momenti di tensione, con molteplici episodi anti-britannici che lo porteranno agli onori delle cronache: oltre al suddetto annuale rifiuto nei confronti del Remembrance Day, il 17 luglio 2015, in occasione dell’amichevole del WBA in terra statunitense contro i Charlestone Battery, ha sfidato l’intero Regno Unito, voltando le spalle alla Union Jack durante l’inno britannico “God Save the Queen”.

La storia di McClean e del “No” al papavero rosso, che ogni anno puntualmente si ripete, porta molti appassionati del calcio inglese a porsi alcuni quesiti; ci si chiede, ad esempio, fino a che punto può spingersi la convinzione che un individuo ripone verso le proprie idee? E’ giusto, soprattutto, rendere lo sport un veicolo delle celebrazioni del calendario civile e politico di un paese (come per questa festa dell’11 novembre)?

L’unica cosa certa è che McClean ha dimostrato di avere il coraggio di essere una voce fuori dal coro, di ergersi ad insegna della lotta contro gli “obblighi” civili; l’ala sinistra del WBA, infatti, ha dovuto affrontare, nel tempo, gli insulti e le minacce di molti utenti britannici sui social network. Tutti sembrano rimproverargli il rifiuto di indossare quella “spilla rossa”, altri vorrebbero solamente che dimostrasse il rispetto “dovuto” verso il Regno Unito, tanto nei suoi simboli, quanto nelle sue istituzioni. A proposito, però, James McClean ha più volte ribadito di non essere né anti-britannico, né tantomeno un “guerrafondaio”, ma di non poter rispettare il “red poppy” perché, nel tempo, esso è divenuto, per lui come per molti altri nordirlandesi, il simbolo della repressione di quel “Bloody Sunday” a Belfast nel 1972.

Il giovane nordirlandese è destinato, però, a far parlare ancora di sé nei prossimi anni; perché fa notizia un calciatore che si batte per le proprie convinzioni e che dichiara apertamente i propri ideali politici; o forse fa notizia, più semplicemente, che qualcuno osi dire “No” al Regno Unito, a Sua Maestà la regina e alle sue istituzioni e simboli. Per chi sostiene l’assoluta libertà individuale di espressione, naturalmente, James McClean risulta essere un eroe: un eroe moderno, un ragazzo che, dalla semplicità dei campi di calcio, ha avuto il coraggio di dire “No” al “red poppy”, ad un papavero rosso che, per lui, ricorda solamente il rosso del sangue di quei suoi giovani 14 connazionali innocenti ingiustamente giustiziati in quella “domenica di sangue” del 1972, giustiziati da un paese che alcuni non potranno mai chiamare “Patria”.