Hunger, primo lungometraggio di Steve McQueen datato 2008, è uscito qui in Italia dopo Shame (uscito prima ma girato dopo), film che già vedeva la collaborazione tra lo stesso regista e l’attore Michael Fassbender. Shame è probabilmente servito da apripista per l’analisi di un eventuale successo dell’accoppiata sul mercato italiano (entrambi i film hanno Fassbender come protagonista e sono confezionati in maniera quasi identica), affrontando d’altronde un tema più accessibile. In Hunger, infatti, l’argomento trattato è assolutamente diverso. La pellicola si focalizza sugli ultimi quattro anni della vita di Bobby Sands, attivista nord irlandese della PIRA arrestato nel 1977 e condannato a 14 anni di carcere.

Forse un aspetto del film particolarmente debole rimane l’analisi e la contestualizzazione politica del protagonista, una personalità finalmente poco approfondita. Se da una parte si potrebbe parzialmente giustificare e ammortizzare questo aspetto notando che il film tende a suggerire di non avere un vero e proprio protagonista, dato che l’ingresso in scena di Sands è particolarmente ritardato nelle tempistiche lasciando spazio ad altri personaggi, secondini e detenuti, dall’altra si può tranquillamente affermare che se l’intenzione è quella di proporre un film su un argomento del genere, è sì sacrosanto soffermarsi in maniera particolare e ravvicinata sulla vicenda “da carcerato” del protagonista, quindi sul modo in cui quest’ultimo subisce il suddetto regime carcerario e su quello in cui, insieme agli altri detenuti, tenta di far riassegnare a lui e a questi ultimi lo status di prigionieri politici, ma sia la tematica della riunificazione dell’Irlanda del Nord con la Repubblica d’Irlanda che quella della forte presenza britannica nella’Irlanda stessa avrebbe probabilmente meritato un po’ più di spazio. In questo modo, un eventuale spettatore che si appresta a vedere il film senza conoscere i precedenti della storia né la precisa contestualizzazione politica di tutta la vicenda, e non solo del protagonista, si trova essenzialmente ad assistere alla visione di un film sul carcere. E su questo punto, assolutamente non trascurabile né degno di minore attenzione, il film funziona indubbiamente molto bene, anche grazie al tipo di dialogo che McQueen decide di instaurare con lo spettatore; un dialogo dirompente, violento ed estremamente fisico. Senza inventarsi nulla né romanzare gli eventi, il regista descrive in maniera esplicita e obiettiva tutte le fasi più importanti della ribellione dei detenuti, dalla protesta delle coperte alla protesta dello sporco fino al primo e al secondo sciopero della fame.

Lo stile registico obbliga lo spettatore a fare i conti con la dimensione fisica e psicologica del carcere, tende a farcelo entrare dentro e a fargli sentire tutto il suo peso in entrambi i piani. Hunger è costellato da numerose inquadrature fisse e da un lunghissimo, e notevolissimo, piano sequenza, quello del dialogo tra Sands e il prete, durante il quale viene presa la decisione di iniziare lo sciopero della fame di settantacinque detenuti, uno per volta, fino alla morte di ognuno di loro. Dall’entrata in scena di Sands la macchina da presa non lo lascia mai, entrando anzi sempre più in contatto con il suo fisico e descrivendoci tutte le fasi del suo rigidissimo sciopero della fame, fino alla sua morte. Fassbender è totalmente immenso nel ruolo e riesce a rendere benissimo la sofferenza del personaggio espressa nel suo sacrificio, e la sua estrema determinazione nel riaffermare i diritti dei prigionieri politici. L’ultimo periodo dello sciopero della fame di Sands, durato in tutto sessantasei giorni, è descritto in maniera molto dettagliata, attraverso l’estrema immersione visiva nel suo totale deperimento fisico, e nei momenti catatonici che porteranno a quello ultimo della sua morte. Come già detto precedentemente, il rapporto di McQueen con l’immagine è molto carnale e intimo, e indubbiamente cerca di instaurare nello spettatore una sorta di responsabilità intrinseca scaturita dal fatto che quest’ultimo stia assistendo alla (reale) rappresentazione di qualcosa a cui il suo giudizio e la sua coscienza non possono sottrarsi. Non si può certamente dire che il film non prenda una posizione, ma forse una maggiore contestualizzazione storico/politica degli eventi, dato che si tratta comunque di un film di grande diffusione, avrebbe probabilmente dato qualche punto di rilevanza in più ad un’opera che ne ha già moltissimi.