Il vulcanico Maurizio Zamparini è esploso di nuovo. Un grazie per il lavoro svolto a Ballardini e panchina del Palermo vacante. Cinquantaquattro allenatori esonerati in ventinove anni di presidenza tra Venezia e Palermo. Ultimo record? Due tecnici sollevati dall’incarico nello stesso anno dopo una vittoria. A Ballardni non sono stati sufficienti i tre punti, il cambio di rotta era per il patron rosanero inevitabile. Zamparini decide allora di anticipare i tempi, scoprire le carte del progetto programmato per la prossima stagione. La svolta è singolare per il Palermo, perché dal 2002 sulla panchina del Barbera si sederà per la prima volta un condottiero stranierno, ma non uno qualsiasi. Guillermo Barros Schelotto, colui che ha scritto la storia del Boca Juniors e quindi anche quella del suo paese. È il quarto argentino per trofei vinti nella storia: Davanti a lui solo Messi, Di Stefano e Cambiasso. Il primo per titoli nella storia Xeneixes. Già, perché pur avendo giocato a cavallo del nuovo secolo, non si è fatto trascinare dal richiamo dell’Europa.

Richiamo che ha invece risucchiato Gustavo, suo fratello che di fatto fu la causa del suo soprannome El Mellizo, il gemello. Cresciuto e affermatosi nella Bombonera, che in quegli anni esplodeva di tifo. Quando ancora il campionato si alternava in apertura e clausura, ai tempi delle immense sfide della Coppa Intercontinentale. Quella del nuovo millennio, vinta ai danni del Real Madrid che diventava galactico, e poi la rivalità tra gli oro y azul e il Milan di Ancelotti. La coppa alzata nel cielo di Yokohama nel 2003, con quell’assist per Donnet che manda la partita ai rigori. I più pazzi undici metri della Coppa Intercontinentale. Con gli argentini quasi infallibili e il Milan che sbatte contro Abbondanzieri. Sbagliano Pirlo e Sedoorf, impossibile da credere, e Costacurta tira il peggior rigore di una finale di calcio. Guidati dal comandante Carlos Bianchi, in Italia ricordato soprattutto dai tifosi romanisti per essere stato ad un passo del vendere Francesco Totti, ma al di là dell’oceano osannato come vero santone del calcio argentino. Il porteño dirà di Guillermo: è stato l’ultimo “jugador de potrero”.

Ovvero l’ultimo di una specie di giocatori andati in via di estinzione, cresciuti su quei campi di terra dove due magliette facevano da porta e un albero da spogliatoio. L’ultimo di una generazione a non essere cresciuto sui campi di erba sintetica e ad aver appreso i dettami tattici solamente dopo aver pienamente sviluppato l’uso della fantasia calcistica. Da giocatore fu un esterno di corsa, forse anche troppa. Non risparmiava mai il fiato e i suoi inserimenti alle spalle delle punte erano illeggibili. Soprattutto se la nove era sulle spalle di Martin Palermo. Ambidestro, all’occorrenza finalizzatore, centoquarantasei gol in carriera, la maggior parte conclusi osannato dal popolo bochense che gli tributava la famigerata valanga umana come esultanza. Essenziale nella corsa, tattico per equilibrare una squadra improntata al difensivismo. Da allenatore trasmette alle sue squadre i suoi pregi: corsa, grinta e sacrificio. Costante il movimento dei trequarti alle spalle della singola punta. Al Palermo proverà a far compiere il definitivo salto di qualità al Mudo Vazquez. Dovrà portare subito risultati per calmierare i nervi tesi del patron Zamparini.

Proprio come gia fatto alla guida del Lanus. Quando incaricato di rialzare le sorti dei granata, li portò dall’anonimato del centro classifica, fino alle posizioni di vertice, con l’apoteosi della Copa Sudamericana del 2013 alzata al Nestor Diaz Perez. In Sicilia non troverà il tifo caloroso sudamericano, uno stadio svuotato e una squadra da ricompattare tatticamente. Perché come affermato dal capitano Sorrentino dopo la sconfitta di Verona, lo spogliatoio è compatto, serve solo un condottiero che riporti la tranquillità dei campi impolverati nei quali, il calcio era un gioco ed il talento era libero di esprimersi.