Novantanove anni d’età e non sentirli. Mentre il vecchio continente era immerso nel primo conflitto moderno, in Sud America si festeggiava il centenario dell’Indipendenza dall’oppressione europea. A quelle latitudini il modo migliore per celebrare gli eventi era tirare fuori un pallone e farlo rotolare su di un campo. Così nel 1916 Josè Susa, un ex calciatore, e Hector Gomez, presidente della federazione uruguaiana, decisero di indire il primo torneo per nazionali dell’America latina, il primo torneo per nazionali di calcio fuori dalle competizioni olimpiche. Argentina, Brasile, Cile e Uruguay iniziarono la loro fraterna lotta, uno scisma calcistico che ancora oggi porta i segni di profonde cicatrici, che nel corso del ‘900 hanno visto le quattro compagini inasprire le loro rivalità. La prima edizione andò all’Uruguay, che in quegli anni dominava la scena calcistica mondiale, un cuore di terra incastonata tra Brasile e Argemtina, appena tre milioni di abitanti ma un infinità di talenti capaci di irridere i colossi sudamericani; e che disastro quel Maracanazo…

La quarantaquattresima edizione ha aperto i battenti in Cile, uno dei quattro paesi fondatori, quella striscia di terra inerpicata sulle Ande, che il destino vuole a bocca asciutta nelle trentacinque edizioni disputate. Mai come quest’anno però la Roja è considerata la favorita d’obbligo, prima ancora delle eterne rivali, vuoi perché per poco ai mondiali brasiliani non elimina i padroni di casa, vuoi perché giocare tra le mura amiche e con la spinta di un intero popolo può fare miracoli. Ma più pragmaticamente perché è la selezione più collaudata del lotto, il C.T. Sampaoli dopo un percorso lungo tre anni è obbligato a portare risultati e i suoi astri nascenti sono ormai campioni affermati. Vidal cercherà riscatto dopo la disfatta in Champions League, Alexis Sanchez ha guidato l’Arsenal alla conquista della dodicesima FA Cup, e Edu Vargas è solo un lontano parente da quello visto alle pendici del Vesuvio. Il popolo cileno dopo novantanove anni è stanco di aspettare: vincere è ormai un obbligo.

Come non pensare tra le favorite all’Uruguay, vincitrice uscente, che con le sue quindici vittorie comanda la classifica delle plurivittoriose. Il fenomeno della Celeste andrebbe studiato in laboratorio per capire come ogni anno riesca a fare imprese inaspettate. Anche quest’anno con la volpe di Tabarez in panchina cercheranno di ridicolizzare le superpotenze del continente. Cavani sarà chiamato alla guida di un popolo orfano dopo oltre un decennio “el cacha” Forlan ritiratosi nel calcio del Sol Levante non indosserà la celeste e Suarez dopo aver alzato la Coppa dalle grandi orecchie è ancora in castigo per il morso mondiale. Quei tre milioni di abitanti si faranno sentire ancora di più, soprattutto quest’anno ad un secolo dalla prima vittoria. Infine le due superpotenze declassate, che dopo La Coppa del Mondo hanno dovuto rimettere insieme i pezzi, distrutti dall’interno dalla armata teutonica. La fine del bipolarismo Argentina-Brasile ha esonerato le due compagini dall’obbligo della vittoria, ma la ricostruzione deve avere tempi brevi e la Copa America è un buono spunto per accaparrarsi il dominio continentale. L’albiceleste pur avendo una rosa da 500 milioni, non sembra imbattibile. L’attacco stellare non sarà supportato da una difesa di conclamato spessore internazionale. Messi ha l’opportunità di segnare un nuovo record: vincere dove neanche Pelè e Maradona sono riusciti.

Pastore, Aguero, Di Maria, Higuain, Lavezzi e Tevez faranno da damigelle a “la Pulga”, ma purtroppo per Martino si gioca in undici e trovare l’equilibrio sarà complicato, cadere di nuovo può fare molto male. Per ultimo il Brasile meno brasiliano degli ultimi anni, europeizzato dai tanti muscoli e poco talento. Dopo la disfatta del mondiale casalingo i verdeoro non sembrano ancora essersi ripresi, Neymar l’unica stella è stato elevato a simbolo di un popolo sull’orlo della crisi. È stato richiamato Dunga l’ultimo a vincere la Coppa nel 2007 in Venezuela. Dopo la depressione dei sette gol subiti un anno fa, serve rialzarsi subito ma le premesse non sembrano essere le migliori. Oltre ai quattro colossi tante saranno le nazionali pronte a vestire i panni di guastafeste: dalla Colombia di Rodriguez e Falcao fino alla cenerentola neo-invitata Giamaica. Prima dell’edizione centenaria che si giocherà eccezionalmente il prossimo anno negli Stati Uniti, la Copa America vuole mantenere quelle briciole di romanticismo che la hanno sempre contraddistinta dalle altre competizioni. Talento e istinto che prevalgono sul tatticismo moderno, l’unica terra in cui è ancora possibile emozionarsi nel vedere giocate, prima di commercializzarle nei replay. La Copa che ricorda l’Indipendenza dell’intero continente la porterà a casa la Nazionale che metterà in campo più spirito patriottico, la squadra che al meglio rappresenterà lo spirito di un popolo, che dopo duecento anni è libero dal dominio europeo