di Andrea Lambertucci

Gianni Infantino ha vinto la sua scommessa, battendo per 115 voti a 92 il favorito Al Khalifa al secondo scrutinio, nella contesa che gli esperti e gli appassionati hanno comunemente definito come il primo passo verso una nuova era del calcio mondiale. Con l’italo-svizzero a capo della FIFA, si prospettano scenari rivoluzionari nel panorama calcistico. Infantino, infatti, ha voluto subito chiarire di voler essere “il presidente di tutti”. Meno eurocentrismo, più capitali a disposizione delle federazioni minori, con il proposito di allargare il Mondiale da 32 a 40 squadre, per aiutare anche le confederazioni asiatiche e africane nel loro progetto di sviluppo.

Infantino giunge in un momento di grave crisi, con le squalifiche di Blatter e Platini che sono appena state ridotte da 8 a 6 anni, e con un ambiente calcistico in fermento per i ripetuti casi di corruzione e mala-gestione che hanno coinvolto i vertici delle federazioni maggiori. Per evitare che la presidenza dell’italo-svizzero si trasformi nell’ennesimo dominio egemonico pluriennale, infatti, si è concordato che Infantino possa mantenere la carica per un massimo di due mandati (senza contare l’attuale, che è di “sostituzione” e durerà 3 anni). Egli avrà a disposizione un massimo di 11 anni per realizzare i suoi ambiziosi progetti.

I buoni propositi, però, incontrano un fertile terreno di scontro nelle polemiche che hanno accompagnato la candidatura di Infantino. Molti si chiedono, visti i progetti di innovazione e rivoluzione, se fosse necessario affidarsi ad un uomo che svolgeva, fino a pochi mesi fa, il ruolo di “braccio destro” di Platini. Nominare un Segretario Generale UEFA alla presidenza della FIFA non sembra, secondo molti critici del mondo del calcio, una mossa per l’innovazione e il progresso, ma una manovra di autoconservazione (pur in termini assai ridotti) dei vecchi meccanismi e delle vecchie logiche di potere.

L’aurea da “self-made man” di Infantino, che puliva i treni per pagarsi gli studi, costruisce una favola moderna che non riesce ad affascinare il mondo calcistico nella sua completezza. L’ “Uomo Sorteggio”, come molti lo hanno definito sui social network, dovrebbe preoccuparsi di trovare risposte per quelle criticità, apparentemente irrisolvibili, presenti nel sistema calcistico. Come risolvere la questione palestinese? Come integrare, mantenendo lo spirito originario, le nuove tecnologie nel calcio? Usare la moviola in campo? Aprire il microfono dell’arbitro, come si fa nel rugby?

Questi sono solamente alcuni dei molti quesiti cui la FIFA deve dare risposta nei prossimi anni. Anni di duro lavoro che sembrano, dal 26 febbraio, gravare sulle spalle di Gianni Infantino, eletto a maggioranza come il deus ex machina del calcio mondiale. Però, come insegnano i 17 anni della presidenza Blatter, un Presidente FIFA dovrebbe preoccuparsi più dei propri collaboratori che dei propri avversari. “Il potere corrompe facilmente gli uomini”, scriveva Tolkien: e se è vero che il calcio gioca un ruolo chiave nelle logiche di potere, la partita è appena iniziata per Gianni Infantino: con la speranza che riesca a ottenere vittorie per tutti, non solo vittorie di Pirro.