di Andrea Lambertucci

Il 25 novembre 2005 veniva a mancare, avvolto dal silenzio e dall’oblio della memoria, uno dei calciatori più disussi che il calcio abbia mai conosciuto: George Best. Nel corso degli anni, il nome di Best è divenuto sinonimo di “sperpero”. Il suo talento sprecato dalla sua testa, le sue infinite possibilità svanite per colpa della sua vita senza regole; e poi la citazione che ogni 25 novembre occupa tutte bacheche dei principali Social Network: “Ho speso molti soldi per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato”.

Il problema principale nella figura di George Best è la difficoltosa percezione della sua essenza più intima: molti hanno etichettato il campione nord-irlandese come una grande “promessa disillusa”, additandolo come un egoista o un presuntuoso. In realtà, si dovrebbe comprendere che quel piccolo uomo di Belfast, ha rappresentato, per il calcio e non solo, un esempio perfetto e illustre di un sentimento troppo spesso sottovalutato nell’ottica popolare: la fragilità.

Perché George Best era un campione, sì, ma prima di tutto un ragazzo debole e fragile, come tanti altri, con un sogno nel cassetto che non riuscì mai a realizzare (segnare sulla linea di porta spingendo la palla in rete con la testa) e una folta schiera di demoni interiori.

Demoni interiori che ne hanno divorato l’anima fin nel profondo. Alcuni lo chiamavano “El Beatle”, per il suo carisma, i tifosi del Manchester United ne decretarono l’apoteosi, anni dopo, tramite il motto “Pelè is good, Maradona is better, George is Best!”, ma Best non era né un campione carismatico, né il migliore di sempre: Best era un colosso, il Colosso di Belfast.

Gli antichi descrivevano, con il termine “colosso”, una statua di enorme statura e figura imponente, sublime e meravigliosa: era un colosso, ad esempio, il Veglio di Creta che Dante afferma essere origine dei fiumi infernali e del Lete. Dante descrisse tale colosso dicendo che “La sua testa è di fin oro formata/ e puro argento son le braccia e ‘l petto,/ poi è di rame infino a la forcata;/ da indi in giuso è tutto ferro eletto,/ salvo, che ‘l destro piede è terra cotta” (Inf. XIV, 106-110). L’allegoria dantesca voleva indicare le età dell’umanità, dall’Aurea Aetas della testa fino alla debole terracotta del piede destro, rappresentando la decadenza dall’antica innocenza e dal primitivo splendore.

Best era un Colosso del mondo del calcio, molto simile al Veglio di Creta dantesco, ma suo esatto opposto. Best era dotato di un piede sinistro aureo e splendente, gambe preziose e forti come l’argento, un corpo assai più debole, braccia inclini ad attività molto lontane dall’innocenza del calcio e una testa di terracotta, fragile e tendente ad un facile sfaldamento.

E con il suo piede sinistro narrava in campo favole meravigliose che suscitavano meraviglia e innocente stupore nel “fanciullino” presente in ogni appassionato sportivo. Le sue gambe, poi, agili e scattanti, che lo hanno reso l’incarnazione del dribbling perfetto. Unica debolezza nel suo gioco era la sua minuta statura: quello che guadagnava in agilità lo doveva però concedere sotto l’aspetto dello scontro fisico. E la testa era in balia delle pulsioni amorose, delle debolezze fisiche, delle fragilità di cui ogni uomo è affetto.

E tutto il mondo deve ringraziare, in un’epoca dominata da “marziani” come Messi e Ronaldo, come Federer e Djokovic, come Bryant e James, un uomo comune e fragile, ma al contempo unico e fenomenale, come il numero 7 nord-irlandese, George Best. Perché l’insegnamento di Best, un insegnamento dettato grazie a quel suo piede sinistro aureo, innocente e meraviglioso, è semplicemente questo: ogni uomo comune ha sempre un grande talento che deve saper sfruttare.