Yasiel Puig nasce a Cienfuegos, La Perla del Sur dell’isola di Cuba, il 7 dicembre del 1990. Vive un’infanzia felice circondato dalle acque cristalline del mar dei Caraibi, fino a quando non conoscerà la sua più grande passione. Se nasci a Porto Rico, nella Repubblica Domenicana o tanto più a Cuba, sai che il tuo destino è segnato a scontrarti con il baseball. Ysiel inizia a giocare all’età di nove anni, e nonostante ancora non abbia raggiunto i suoi odierni 190 cm e la potenza fisica necessaria è già un ottimo battitore. E quale ragazzo non desidera entrare nella massima serie dello sport che ama di più? Anche Yasiel ovviamente lo desidera. Ma abbandonare la cittadinanza cubana per concedersi a braccia aperte al capitalismo degli States non sono cose facilmente conciliabili.

Yasiel è la prova vivente dell’esistenza di una “tratta” di giocatori di baseball cubani diretti “all’America”, come diremmo noi. Prepara la sua fuga insieme alla sua fidanzata, ma per ben quattro volte è costretto a tornare sui suoi passi. Solo nel 2012 si presenta l’occasione propizia, ma la meta non è vicina. Perché Puig non è diretto in Florida, ma in Messico, dove spera di prendere la cittadinanza. Non sta lasciando niente al caso, a parte la pericolosità del viaggio, a terra lo attende uno scout che ha già posato gli occhi su di lui e non ha intenzione di mollarlo, tale Mike Brito dei Los Angeles Dodgers. Nel frattempo la sua sorte è affidata al cartello della droga messicana dei Los Zetas che hanno concluso un accordo con Raul Pacheco, imprenditore di Miami, che in cambio del 20% dello stipendio di Puig, pagherà per il suo viaggio 250 mila dollari. Soldi che però i malavitosi messicani non vedranno molto presto. Dopo varie peripezie e scontri con un’altra gang di contrabbandieri Yasiel riuscirà ad arrivare in Messico e a sfilare alla MLB un contratto da 42 milioni di bigliettoni per sette anni.

Dal punto di vista sportivo Puig è il giocatore giusto per i Dodgers, battuta potente, una scheggia della corsa e un lancio destro dalla base in grado di eliminare i più forti corridori delle squadre avversarie. Ha solo un difetto. È una testa calda. Lui stesso afferma di voler giocare aggressivamente perché è solo in questo modo che il pubblico riesce a divertirsi. Spesso non è riuscito ad attirare le simpatie di alcuni colleghi, soprattutto da quando il bat flip è diventato il suo marchio di fabbrica, quasi un’esultanza dopo un home run, solo che in molti lo considerano un gesto sprezzante, d’umiliazione, soprattutto nei confronti del lanciatore. Eppure ai tifosi non dispiace il suo fare aggressivo e l’interpretazione tutta sua che sta dando a questo sport nel quale, comunque, rimane uno degli ultimi arrivati. Sembra che ancora venga minacciato da qualche “trafficante” per quei soldi che, in tutto o in parte, Pacheco pare che non abbia ma pagato. Ma orami la fuga è lontana, si prospettano solo gioie da qui ai prossimi quattro anni, di partite ce ne sono da giocare per dimostrare di voler cambiare e come ha ripetutamente detto ultimamente, dimostrare che rispetta il baseball e chi lo segue.