Il FK Obilic nasce nel lontano 1924 in una zona ricca di Belgrado e prende il suo nome dal cavaliere serbo Milos Obilic che lo vide perdere insieme ai suoi compagni la guerra contro i turchi, condannando il popolo serbo a rimanere senza patria per cinquecento anni. Agli albori della sua storia, l’Obilic era una piccola squadra che militava nel campionato semi-professionistico regionale, ma a quanto pare nella Serbia di fine 900, erano proprio le squadre come l’Obilic a far gola a coloro che avrebbero dato vita al binomio calcio-criminalità.
I criminali di guerra compravano squadre di bassa categoria spingendole all’apice delle loro possibilità a suon di minacce e ritorsioni per avversari e arbitri. Fu quello che accadde al club di Belgrado quando nel 1995 arrivo in città il militare (criminale) Željko Raznatović, noto a tutti come Arkan, la tigre. Se pur sotto copertura, Arkan era ufficialmente un pasticcere, durante gli anni Settanta aveva dato modo di farsi conoscere in Europa occidentale, con rapine, furti e scassinamenti, nonché aveva la fama di avere ai suoi piedi uno degli eserciti più sanguinari della guerra dei Balcani. Potrebbe allora dirsi che l’incredibile ascesa del club non sia dipesa dalla notorietà del suo nuovo proprietario? A voi il verdetto.
Non è di certo una leggenda che l’Obilic dall’anno successivo sia entrato in prima divisione e abbia vinto il campionato con solo quattro sconfitte in un’intera stagione. D’altronde, la strategia dell’ex comandante non era cambiata: vincere, a tutti i costi. “Si muoveva nel calcio come era abituato a fare in guerra”, si vociferava, ma la realtà non sembrava tanto distante dai racconti metropolitani. Arkan aveva instaurato un regime paramilitare, al quale i giocatori, ovviamente vestiti di colore giallo, non potevano esimersi. Se arrivare alla vittoria era il dogma da seguire, ovviamente la sconfitta non era neanche presa in considerazione. Leggenda vuole che un giorno di ritorno da una sfortunata trasferta, a 30 km da Belgrado, Arkan abbia fatto scendere i cavalieri dell’Obilic sul ciglio della strada e sia poi ripartito con il pullman vuoto verso casa.
Se questo era quello che si propinava per i giocatori, che non avevano il permesso di assentarsi dagli allenamenti, o fare uso di alcolici durante i periodi di riposo, molto peggio era ciò a cui erano sottoposti gli avversari. Oltre alle minacce intimate a giocatori e tecnici, pare che negli spogliatoi delle squadre rivali, l’aria venisse rarefatta dalla presenza di gas sedativo tramite i condotti dell’aria condizionata. A prova di questo si racconta della partita in cui i giocatori della Stella Rossa di Belgrado, ospiti del Milos, rifiutarono di cambiarsi negli spogliatoi e si prepararono sul pullman, e tra primo e secondo tempo rimasero in campo per tutti i 15 minuti di pausa. La follia di Arkan trovò appiglio non tanto nei suoi giocatori, ma piuttosto nella tifoseria dell’Obilic, conosciuta per non essere tra le più tranquille del calcio dell’est. Le politiche paramilitari riscontrarono l’approvazione di quei tifosi che non esitavano a fare irruzione negli spogliatoi dei giocatori dell’Obilic e in quelli degli avversari, protagonisti di episodi sempre più spiacevoli.
Sta di fatto che la vittoria di quel campionato portò con sé la qualificazione per la Champions League, un sogno e un’arma a doppio taglio, in quanto la squadra non era pronta per misurarsi con le altre europpe, come dimostrò successivamente contro il Bayern Monaco e l’Atletico Madrid, entrambe le partite finite in disfatta per la squadra serba. Quando sul finire degli anni 90 la Corte Penale Internazionale giudicò Arkan colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità, le sorti dell’Obilic passarono nelle mani della popstar Ceca Raznatovic, moglie del criminale, e la squadra fu definitivamente messa al bando dalla competizione.