È triste quando un atleta di un determinato calibro decide di lasciare la sua specialità, il suo pubblico, ciò che l’ha reso quello che è. È successo per grandi campioni, sta succedendo per Valentina Vezzali. La regina del fioretto ha annunciato il suo ritiro lo scorso martedì con un video su Facebook: “oggi è un giorno speciale, salgo in pedana per l’ultima volta”. L’ultima gara della Vezzali è stata lo stesso martedì, a Rio de Janeiro, ai Mondiali di fioretto femminile.

 A Rio è saltato il poker di successi ai Mondiali per la squadra dei sogni femminile. Valentina Vezzali, Arianna Errigo, Martina Batini e Elisa Di Francisca si sono dovute accontentare del secondo posto, lasciando la medaglia d’oro alla Russia, uscita vincente dalla finale con 45-39. Un ultimo traguardo per Valentina, un’ultima medaglia d’argento. Il circolo sembra chiudersi così com’è iniziato. La prima medaglia olimpica al collo di Valentina infatti è stata d’argento: conquistata alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Aveva 22 anni quando salì sul gradino più alto del podio insieme a Francesca Bortolozzi e Giovanna Trillini. Sono passati vent’anni, e la campionessa si sente in dovere di spiegare: “nella scherma oltre il senso della misura è fondamentale una buona scelta di tempo”.

Valentina Vezzali è la schermitrice italiana più forte di sempre, nel suo corollario di vittorie ci sono sei medaglie d’oro olimpiche, una d’argento e due di bronzo, sei medaglie d’oro ai Mondiali e tredici altrettanto iridate agli Europei. Non solo vittorie, anche valori. La famiglia, prima di tutto, e la fede. Questa l’ha sempre accompagnata in ogni momento della sua vita, su ogni podio e anche quando doveva rimanere in pedana. Impegno, determinazione ed entusiasmo, nella scherma come nell’essere mamma di due bambini.

La corsa nel mondo del fioretto è finita, le strade ancora da percorrere invece no. “La fine è il principio di qualcosa di nuovo”, l’ha sempre detto, “ora è tempo di nuove sfide”. Certo sarà difficile immaginarla senza la sua maschera e senza il fioretto in mano, ma abbiamo già incontrato Valentina in panni diversi da quelli della scherma, quando divenne onorevole con ‘Scelta Civica’. Ma anche qui, i riferimenti alla sua disciplina non furono casuali: “per vincere un’Olimpiade ci vogliono impegno e sacrificio, uguale quando ti occupi della cosa pubblica. Ci vuole coraggio per portare avanti le proprie idee e realizzarle”, dichiarò nel 2013.

Una leonessa in pedana, inarrestabile. il verbo accontentarsi non ha spazio nel vocabolario della campionessa di Jesi, o almeno così ci ha abituati a credere. Quando nel 2005 è nato suo figlio Pietro era giugno ma Valentina 19 giorni dopo è già in pedana per allenarsi ai mondiali di Lipsia. Questo è solo uno degli innumerevoli esempi della tenacia di questa donna e del suo quasi ossessivo pianificare e organizzare la sua vita intorno a questo sport. Fin dal principio sembra nata per questo: la tensione, mista all’adrenalina la portano a vincere, superare e creare nuovi record. La sua carriera è composta da tanti piccoli primati susseguiti nel tempo. “Vincere mi viene naturale, è nel mio dna”. Esuberante, mai impertinente. E dopo una carriera del genere, appendere maschera e fioretto al chiodo, oltre a un atto di coraggio, è un grande atto di umiltà.