“Bisogna prevedere non vedere”. Frase ascetica, ma che per un centrocampista è l’essenza del suo lavoro. Il tutto sta nell’intuire dove il compagno terminerà il proprio movimento prima che la palla giunga sui piedi. Questa era la filosofia che guidava Paulo Roberto Falcão, un numero cinque che valeva da dieci. Esteta del bel gioco, ma sempre alla ricerca della concretezza. Ci teneva all’apparenza, all’essere stilisticamente perfetto dentro e fuori dal campo. Un precursore del calcio devoto al possesso palla ma anche un unicum nella storia della palla rotonda.

Un dettatore di tempi in grado di inserirsi con ferocia aggressività. Uno di quei giocatori che eri obbligato a vederlo allo stadio per comprendere nella sua interezza la sua intelligenza calcistica. Ristretto nell’inquadratura di un 16:9 era impossibile seguire i movimenti nella loro interezza. Sono ere calcistiche passate, con altri schemi di gioco che prevedevano il seguire l’uomo in tutte le parti del campo, invece di proteggere la zona. Un centrocampista centrale sarà sempre incarcerato all’interno del cerchio mediano, o per intraprendenza potrà spingersi poco al di fuori, ma mai al di là della linea del pallone. Quello è il compito degli interni in un centrocampo a tre, del trequartista o al massimo di uno dei due mediani di centrocampo. Mai di quello difensivo. L’estinzione di una specie di formidabili playmaker, la fine di una dinastia che dava colore e personalità propria alla squadra. Come un quarterback aveva l’obbligo di dare il via a tutte le azioni.

Come il quarterback aveva la licenza di portare la palla qualora i compagni fossero perfettamente marcati. Poi il football è diventato soccer e le linee di demarcazione fra i due sport si sono sempre più acuite, sancendo anche la fagocitazione di un mestiere divenuto ormai antico. Ha mosso i suoi primi passi tacchettati nell’Internacional di Porto Alegre, mondiale non solo nel nome ma anche nella caratura del gioco proposto. Lontano dal calcio istinto e samba proposto nelle città di Rio de Janeiro e San Paolo, molto più tattico e ragionato. Un vivaio che ha plasmato giocatori come Dunga e Emerson, centrocampisti privi della fantasia brasiliana, che puntavano all’ordine per governare la linea mediana.

Per completare il suo bagaglio tecnico è sbarcato alla corte romana di Niels Liedholm, che vedeva in Roberto il suo alter ego, il governatore del gioco, che saggiamente consegna in modo semplice la palla ai compagni. In quella grande Roma nella quale ha conquistato lo scudetto e arrivato a dodici passi dalla coppa dalle grandi orecchie. È stato il primo ottavo re della capitale straniero ,conquistando con la sua semplicità i tifosi giallorossi. Ci riuscì nonostante il tradimento di Spagna ’82, che gli fu perdonato appena qualche minuto dopo. Quella che in portoghese sarà ricordata come la Tragedia do Sarria, un miracolo per l’Italia. Il 3-2 contro un Brasile con il centrocampo più forte di tutti i tempi, ma un Italia con uno dei più grandi allenatori, e con la difesa più arcigna della storia. I novanta minuti di Rossi, che si scrolla di dosso la squalifica per le scommesse e tanta ruggine accumulata in tribuna.

In quella partita Falcão come al solito fu protagonista e segnò la rete del momentaneo pareggio. Si accomodò la palla dal limite dell’area, la accarezzò con l’interno destro spostando tutto il peso del corpo a sinistra, per premiare la sovrapposizione di Cerezo. Metà difesa italiana credette alla finta: Cabrini, Scirea e Tardelli, scivolarono per chiudere l’esterno, aprendo al centro dell’area un corridoio squarciato dal sinistro imperdibile per Zoff. Un esultanza da bambino, con salti e pugni al cielo, l’espressione della semplicità. Come tanti suoi compagni, non è riuscito a lasciare i campi da gioco, prolungando la sua carriera qualche centimetro più in là della fascia laterale, rinchiuso in nell’area tecnica. Le fortune e la maestria con la quale riusciva a spiegare il calcio in campo, non si sono prolungate anche da tecnico.

Forse perché la semplicità del prevedere lo sviluppo del gioco non appartiene a tutti coloro che intendono fare il suo ruolo. Forse perché è stato veramente un unicum nella sua specie. A 62 anni, ancora viene citato come esempio di paragone per i posteri, non solo perché ha riportato dopo 40 anni lo scudetto a Roma, perché per tutti era “Il Divino” colui che sapeva predire.