Quello che con ogni probabilità verrà ricordato come il gol più bello della stagione 2015/16 di Champions League non è frutto della casualità o dell’estro uscito dal piede destro di un umile giocatore per puro caso, ma il risultato degli anni che hanno forgiato il calciatore Alessandro Florenzi. Sono i 5” che lo faranno entrare nei racconti dei tifosi romani, sono i 55 metri che hanno cambiato la sua vita. L’azione comincia nella trequarti, quella blaugrana, la stessa porzione di campo solcata in lungo e in largo dal ragazzo di Vitinia fin dai tempi dell’Atletico Acilia. Trovarsi dalla parte del difensore in quel frangente però non è augurabile a nessuno, con la contemporanea presenza avversaria del più forte esterno brasiliano odierno. Al di là della sovrumana proprietà tecnica di Neymar, Alessandro sa che sarebbe marziano un controllo a seguire di tacco con la palla incollata al piede, impossibile anche per l’asso verdeoro. L’anticipo sono astuzia e insegnamento forniti nell’ultimo periodo da Balzaretti, un vero terzino, che dopo aver abbandonato il calcio giocato ha vestito i panni di mentore, un coordinatore difensivo per la squadra di Garcia. Florenzi è quello che nelle scuole calcio brasiliane verrebbe chiamato fluidificante. Un costruttore di gioco sulle fasce laterali, un catalizzatore di palloni autorizzato all’azione personale per fornire una superiorità numerica. L’anticipo si conclude con il primo controllo che porta la palla ad allungarsi non per mancanza di proprietà tecniche, ma per scatenare tutti i cavalli presenti nei quadricipiti e non permettere il rientro – neanche troppo convinto – di Neymar.

Una dimostrazione che le doti fisiche non sono essenziali e che quelle atletiche, se allenate, possono compensare i limiti. Superata la mediana, entra nel corridoio di sua appartenenza, il territorio compreso tra la linea bianca e l’inizio delle lunette. Lì dove l’estro deve essere accompagnato dalla velocità. Alessandro riesce ad inserire in quei dieci metri sette passi necessari sia per mantenere la rapidità, che per trovare la coordinazione giusta. Sa già in quale ciuffo d’erba si andrà a calciare il pallone e dove il piede sinistro sorreggerà lo slancio della gamba destra. Il primo pensiero per un giocatore offensivo è la porta, mai troppo lontana per essere raggiunta. Per lui che il fianco destro della formazione lo ha giocato e interpretato in tutti i ruoli, capisce alla perfezione che la chiusura tardiva di Rakitic non risulterà un ostacolo. In realtà l’impresa del singolo comporta la presenza di attori comprimari che influiscono nella realizzazione della stessa. Ter Stegen rivive l’incubo della finale di Copa del Rey contro il Bilbao. Al San Mamés è stato costretto ad incassare un altro gol da centrocampo, obbligato dal calcio moderno ad abbandonare l’area di rigore per intervenire da ultimo uomo mobile qualora ve ne sia bisogno. Il portierone tedesco vede la palla veleggiare nel cielo romano, ha una speranza quando sente il rumore sordo del palo, ma la sorte questa sera ha deciso di sorridere ad Alessandro. Cinquanta metri prima il numero 24 è sovrasto dal suo predecessore in linea di successione della dinastia dei capitani giallorossi. De Rossi lo sommerge come a proteggerlo dal urto del boato che i 70 mila dell’Olimpico producono. Alessandro è cresciuto a bordo campo guardando da vicino quelli che ora sono i suoi compagni di squadra, con reverenza e ammirazione ne ha seguito le orme, con carattere ora è diventato uno dei pilastri. Ha assunto i gradi di colonnello, pronto a metterci muscoli, corsa e grinta quando la partita diventa maschia, ora decisivo anche quando suona l’inno della Champions League, davanti ai campioni, davanti al suo popolo, nella sua squadra.