“Saggio è chi pensa. L’arbitro non può essere saggio. Deve essere impulsivo. Deve decidere in tre decimi di secondo”. Sono le parole del più grande arbitro italiano dell’ultimo ventennio, Pierluigi Collina. L’importanza del direttore di gara è assimilata diversamente dai diversi campionati europei. In Inghilterra il triplice fischio sancisce il termine delle discussioni, mentre in Italia l’onda polemica sembra potersi protrarre per parecchi anni, come scordarsi Byron Moreno, il non-gol di Muntari che assegnò lo scudetto alla Juventus, e la rete non convalidata a Turone. Tutti capitoli di un libro storico che si aggiungono, rimanendo immortali.

La rilevanza dell’ufficiale di gara è dovuta dai pieni poteri conferitigli dal regolamento, dall’inappellabilità delle sue decisioni, prese da giudizi di valore personale che spesso sono discordanti con il volere della squadra che le subisce. Nell’ultima settimana alcune compagini del nostro campionato sono state oggetto di casi più o meno eclatanti sfavorevoli, che hanno portato ulteriormente alla ribalta il ruolo dell’arbitro. Analizzare i singoli casi sarebbe superfluo e poco indicativo della reale importanza del fenomeno generale. Molti sono i fattori che potrebbero avvicinare l’arbitro a favorire una o l’altra squadra: la pressione sociale, la vicinanza culturale ed incentivi economici. Queste argomentazioni sembrano rendersi frivole secondo lo studio di Buraimo, professore all’Università di Liverpool, che effettuando un’analisi sulle partite della Premier League dal 2002 al 2006 ha dimostrato che le squadre favorite vincono il 51,3% di partite senza rigori concessi ed il 51,4% con la massima punizione assegnata. Uno scarto troppo piccolo per affermare una reale accusa di favoritismo. Diversa è la questione se si parla del problema della pressione sociale. Si è infatti notato come gli arbitri cerchino di evitare la sanzione pubblica.

Sempre nel campionato inglese le squadre di casa ottengono il 10% in più dei rigori a favore, cosa che invece viene completamente annullata in caso di partite a porte chiuse – evento studiato in Serie A per avere un numero statistico sufficiente. Ma dove si trova realmente la difficoltà di fare l’arbitro? Forse ha ragione Collina; le decisioni devono avere un carattere impulsivo ed essere prese in una frazione di secondo senza la possibilità di aiuto alcuno, se non dai propri assistenti. La risposta si trova nella specificità umana. L’essere umano non è stato creato per avere una visione d’insieme, focalizzando per facilità la sua vista su un unico obiettivo, molto spesso si tratta del pallone. L’evidenza è mostrata dal difficile ruolo del guardialinee, che ha il compito di segnalare il fuorigioco rintracciando contemporaneamente il posizionamento sul campo di due individui (difensore ed attaccante) e del momento topico del passaggio da parte di un calciatore per un suo compagno.

Negli ultimi anni la FIFA ha cercato di correre ai ripari aumentando il numero di persone atte a prendere decisioni, aggiungendo però due assistenti statici che intervengono solo nelle decisioni più importanti all’interno dell’area di rigore, con il ruolo sul goal-non goal che è stato pensionato anticipatamente dalla tecnologia. Già la tecnologia, un mondo misterioso per un calcio proiettato verso la modernità, ma che ha paura di un salto così grande verso il futuro. Potrebbe aiutare certamente, ma farebbe perdere una delle peculiarità di questo sport. Depotenzierebbe l’autorità del giudice inappellabile del rettangolo verde, che come i giocatori è parte integrante dello spettacolo messo in scena. Così come un calciatore sbaglia un calcio di rigore all’ultimo minuto, un arbitro può prendere una decisione errata nell’azione più importante della partita. Un peccato veniale per chi è costretto a decidere d’istinto, fino al triplice fischio finale.