a cura di Gabriele Cruciata

Esiste un cinema, il Cinema, che si occupa di tematiche sociali, argomenti storici o avvenimenti politici, o di tutti questi fenomeni insieme, e che è per sua natura sconosciuto, ignorato, a tratti addirittura vilipeso dal grande pubblico; da quello autodefinitosi  “grande” per numero, ma che è piccolo, anzi piccolissimo, per cultura e facoltà intellettive.

Ed esiste un giornalismo, il Giornalismo, che si occupa delle stesse tematiche, degli stessi argomenti o degli stessi avvenimenti, o di tutti questi fenomeni insieme, e a cui tocca all’incirca la stessa sorte di accantonamento di cui soffre il suddetto Cinema.

Ed esistono infine opere (pochissime a dire il vero) a cui spetta un destino ancor più amaro e crudele, dal momento che sono una fusione del Cinema e del Giornalismo: l’inefficacia totale.

Già, perché è l’efficacia ciò che ricercano queste opere; un’efficacia politica, un’efficacia sociale, la possibilità di intaccare la sensibilità dei propri fruitori; di poter lasciare un segno in quelle aree della coscienza conservate vergini dal cinema e dal giornalismo di massa; quelli creati con superficialità per uomini e donne superficiali. Quelli con le iniziali minuscole, per intenderci.

Ed ecco, dal bordello che è rappresentato da questo cinema e da questo giornalismo creati artificialmente dalle sgualdrine della cultura, dell’arte e dell’informazione, risalta invece la purezza verginea di un festival sconosciuto, ignorato, a tratti addirittura vilipeso: Asiatica.

Un festival che anche quest’anno ha portato a Roma il miglior Cinema del e sul continente orientale; con esso è approdato un carico di cinegiornalismo come non se ne vedono spesso.

Tra gli altri, sottolineerei il regista californiano trentenne TJ Andrade, che col suo cortometraggio “Children of the Peacock” ha affrontato il tema della resistenza birmana, mettendo in luce le esperienze di noti ribelli che dal 1988 instancabilmente combattono contro il regime militare.

Ci sono personaggi che emergono con un carico di umanità incredibile. È un documento che restituisce chiara l’immagine di un Paese che solo oggi, dopo 25  sanguinosissimi anni passati tra rivolte soffocate nel sangue ed arresti politici, ricomincia ad intravedere l’alone luminoso della democrazia; fondamentale il ruolo di guida di Aung San Suu Kyi, leader dei ribelli birmani, liberata dal carcere solo nel 2010 e prossimamente ospite a Bologna, dove riceverà una laurea ad honorem.

E se è vero che la Birmania sembra in dirittura d’arrivo al binario della democrazia occidentalmente intesa, altrettanto non può dirsi del Bahrain, soggetto principale di “Bahrain, The forbidden country”, di Stephanie Lamorré.

Un lungometraggio intenso, unicamente realizzato con immagini rubate dalla telecamera amatoriale della reporter francese; immagini che descrivono un Paese martoriato da un conflitto interno che non conosce soste né pacificazioni. Un Paese martoriato da manifestazioni che ogni giorno hanno il sapore di un bollettino di guerra, con le loro decine di morti e feriti; con i medici che, pena l’arresto, non possono curare i manifestanti; con i cittadini che hanno perso il lavoro e qualsiasi garanzia sociale in virtù della loro fede sciita.

Il Bahrain è un Paese in rivolta, che sta conoscendo un doloroso periodo di assestamento nella violenta dialettica tra sciiti e sunniti, i quali, pur essendo in forte minoranza, hanno dalla propria parte il sovrano. Le forze di polizia reprimono con qualsiasi mezzo le rivolte, mentre a pochi chilometri la Formula 1 sfreccia sotto gli occhi di mezzo Occidente.

Ecco cos’è l’Europa: una mentalità che ama definirsi democratica e attenta al pacifico svolgersi del dialogo politico-culturale, ma che dimentica spesso il suo passato, a volte rinnegandolo, e si lascia distrarre essa stessa dagli odierni circenses che il regime le offre. Una mentalità prodiga di teoria, belle parole e bei concetti, ma avara nei contenuti effettivi, nella effettiva concretizzazione dei propri concetti. Una mentalità che ama dare consigli, ma che non si mette in gioco mai.

La realtà è che fa male rendersi conto di taluni fatti. Fa male prendere coscienza di quanti problemi non conosciamo, e di quanti, non disponendo della soluzione, siamo costretti ad essere semplici spettatori. Ci si rende conto di quanto il regime, il nostro regime, abbia assunto connotati mentali; di quanto sia entrato a far parte di noi stessi, delle nostre menti, anestetizzando ogni nostra tendenza ad informarci, a comprendere e a voltare le spalle al palcoscenico propostoci per vedere uno spettacolo assai più maestoso, multiforme e complesso. Ci si rende conto di quanto ancora pochi siano i dissidenti, coloro che rifiutano la versione ufficiale dei fatti per ricercarne un’altra, alternativa e più vera. Dove sono coloro che analizzano dati distanti, differenti e privi di un apparente legame per scoprirli invece parte di un unico, logico e razionale quadro? Dove sono gli intellettuali disposti a pagare con la vita il proprio dissenso? Sono forse stati schiacciati anche loro dalla sensazione di vuoto che si prova davanti a questo panorama desolato? Io non lo so, so solo che non riuscire ad esprimersi fa male. Ad un dissidente fa molto male.