di Claudia Grazia Vismara

Lo scorso anno l’università di Tokyo ha celebrato Gabriele D’Annunzio con una mostra, poiché il poeta e letterato italiano esercitò una forte influenza sulla cultura giapponese. Soprattutto su Yukio Mishima, pseudonimo di Kimitake Hiraoka, nato il 14 gennaio 1925 a Tokyo da un funzionario del governo. Le loro vite presentano strane coincidenze.

Diversa, al contrario, la loro fine: D’Annunzio, morì di morte naturale; Mishima, pose fine alla propria esistenza mediante il seppuku, trafiggendosi il ventre in diretta televisiva.

Quest’ultimo si era sempre dichiarato grande ammiratore del Vate al punto da aver tradotto in giapponese “Le martyre de Saint Sebastien”, dramma teatrale in cinque atti dedicato a Maurice Barrés. Dopo un vissuto particolarmente difficoltoso, iniziato con le umiliazioni da parte dei compagni di classe a causa della propria gracilità e proseguito con l’impossibilità di fornire un servizio attivo alla Patria a causa di un sospetto di tubercolosi che lo riterrà non idoneo al servizio militare, nel 1954 Mishima diviene uno dei maggiori scrittori del Giappone. L’amore per la Patria e il rimpianto per i valori tradizionali, ormai in decadenza, costituiscono probabilmente la somiglianza più evidente con il poeta abruzzese. Nelle sue opere non mancano riferimenti al feroce contrasto tra la ricerca istintiva di una morale assoluta e al culto – nostalgico – della tradizione.

Nell’autunno del 1967, il giovane Mishima riunisce a sé alcuni studenti universitari che aveva incontrato nel corso di Karate che frequentava. Nasce la Tate no Kai, “Associazione degli Scudi”, formalizzata il 5 ottobre 1968 come esercito privato. Quest’associazione paramilitare aveva una personale filosofia; celebrava il culto della tradizione dei Samurai, sosteneva l’incompatibilità del comunismo con il sistema giapponese – legittimando il ricorso alla violenza di fronte a tale minaccia, – e riconosceva l’imperatore come unico simbolo della comunità storico-culturale nipponica. Una vera e propria milizia “ad personam”. Qualcosa di simile fece D’Annunzio, cercando a tutti i costi di annettere all’Italia la città di Fiume.

Siamo nell’aprile del 1915. Poco prima di entrare in guerra, nel conflitto che avrebbe visto l’Italia protagonista contro gli imperi centrali, l’Italia aveva firmato il patto di Londra che le avrebbe garantito una serie di acquisizioni territoriali ad eccezione proprio della città di Fiume. Nonostante il Consiglio Nazionale Italiano, nell’ottobre 1918, si fosse pronunciato a favore di tale annessione, gli Stati Uniti e gli alleati si opposero. Si sviluppò pertanto un senso di frustrazione che portò il poeta a riassumere questa delusione in termini di “vittoria mutilata”. Come Mishima, egli assunse un ruolo di agitatore di coscienze e si fece interprete della febbre nazionalistica italiana, occupando la città. E lo fece attraverso un esercito di insubordinati di ogni grado e arma delle Forze Armate Italiane e di giovani che, scappando da casa, si riversarono nella città irredente e vi rimasero per oltre un anno. Il poeta italiano realizzava così i sogni di Marinetti e portava l’arte al potere: arte fatta di giovinezza – l’età media dei legionari era di ventitré anni -.

Entrambi gli autori assumono a oggetto, infine, la parola come mezzo di incitamento.

D’Annunzio, per esempio, attraverso il discorso di Quarto, dove si era recato chiamato dal governo Salandra per inaugurare un monumento ai Mille, facendosi portavoce del più fervente interventismo. Con una raffica di pubbliche arringhe, farà dell’incitamento alla violenza uno strumento indispensabile per la difesa della Patria. Richiama inoltre alla necessità di una “milizia vigilante” (al pari della Tate no Kai di Mishima) e all’uso della punizione corporale.

In egual modo farà anni dopo lo scrittore giapponese attraverso il suo Proclama, poco prima di togliersi la vita, invitando pubblicamente l’esercito a ribellarsi alla condizione di mera forza di polizia in cui era caduto a seguito della sconfitta mondiale. Sottolinea l’importanza dell’impiego di una milizia scelta volta al sacrificio della Patria, proprio come il Vate.

Accomunati non solo da atteggiamenti politici ma anche da una notevole abilità nell’attrarre l’attenzione del pubblico attraverso gesti eclatanti, entrambi nutrirono un forte interesse per la filosofia di Nietzsche. Il filosofo, infatti, è forse il miglior interprete del bisogno di rinnovamento di tutta un’epoca; profeta insieme della decadenza e della rinascita, darà inconsapevolmente origine alle interpretazioni più discordi che si tradurranno nelle influenze più diverse.

Culla delle loro vite, il Novecento; secolo di turbamento e di alienazione, secolo di una realtà che fu violentemente alterata avendo attraversato un periodo di profondi stravolgimenti. Una realtà che affonda le proprie radici nell’affermazione sempre crescente del sistema capitalistico e dei regimi totalitari.