Era un Velodrome stracolmo di cinquantotto mila spettatori, quello che la notte di 31 anni fa esplodeva nell’ultimo minuto dei tempi supplementari dei Campionati Europei, era una Marsiglia orgogliosa dei Blues ma soprattutto del suo idolo: le Roi Michel Platini. Il numero dieci guida la formazione transalpina alla finale casalinga, un gol alla Michel, di intelligenza tattica prima della fantasia, anche dopo 120 minuti quando il fiato corto spezza le gambe ed accorcia la corsa. Tigana fa collassare sulla destra la difesa, Platini si estranea all’altezza del dischetto e dalla terra di nessuno manda i suoi all’ultimo atto della competizione, infilando la sfera nell’unico pertugio libero della porta. I suoi sessant’anni raccontano di una vita trascorsa sempre sul trono dell’Europa, che lo hanno visto trionfare dentro e fuori dal campo nel vecchio continente, ma non riuscire ad estendere il proprio regno su tutto il globo. I suoi sessant’anni sono pieni di scene e di ricordi che cominciano con la profonda amicizia con l’Avvocato Agnelli, che stregato da quel dieci d’oltralpe lo chiamò nel mezzo della notte per fargli vestire la maglia bianconera e riportare la Juventus a primeggiare nell’élite del calcio. Affascinato da quella capacità di rallentare la percezione di ciò che gli accade intorno per poi eseguirlo ad una velocità impensabile per dei comuni mestieranti. Un precursore del trequartismo, atipico nelle sue movenze, brasiliano su palla inattiva, italiano nella tattica. I suoi inserimenti erano illeggibili per i contemporanei, fonte di studio per i posteri che ne copieranno i movimenti e le traiettorie per completarsi calcisticamente. Il primo in grado di conquistare per tre volte il Pallone d’Oro, una manifestazione di indiscussa superiorità più che un premio personale .

Con Boniek formarono una diarchia che estese il suo regno fino alla conquista della coppa Intercontinentale. Un intesa forgiata dalla complementarietà: il francese leggero ed esteticamente eccezionale, il polacco veloce ed essenziale, letale nel sfruttare il genio di Michel. Unica macchia di un’immensa carriera quel giorno nero dell’Heysel quando i bianconeri alzarono irrispettosamente al cielo la Coppa dei Campioni, non sentendo le sorde urla dei 39 tifosi italiani. Un incubo che perseguirà Platini anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, quando il Re continuo a dominare da dietro la scrivania della UEFA. Ha espanso il dominio del calcio europeo inglobando nella massima competizione continentale i nuovi paesi dell’Est, incentivando quel processo di integrazione della Comunità, cercando di imporre la legge del pallone prima ancora che quella delle armi. Ha imposto le sue regole: il Fair Play Finanziario e il primo Campionato Europeo itinerante per cercare di rendere veramente il calcio continentale unito, inglobando tutti i suoi interpreti. Proprio come quando era in campo, conscio dell’importanza dei suoi compagni, preferiva l’assist alla conclusione personale, la gioia collettiva a quella dell’individuo. Oggi compie sessanta anni, decidendo che è arrivato il momento per fare il grande salto, quello che da calciatore non gli era mai riuscito; diventare il capo del calcio mondiale. In attesa delle vicissitudini in capo alla FIFA si è proposto come ancora di salvataggio aspirando al trono della federazione internazionale. Uomo dal basso profilo, ma in grado gestire nei suoi piedi il potere del gioco, la capacità di essere leader, per tutti sarà sempre Monsieur Michel Platini, Le Roi.