“Ho sempre detto che quando avrei avuto la sensazione di non essere più l’allenatore giusto per questa società straordinaria lo avrei detto, ora so di non essere più l’uomo giusto’. Con schiettezza Jurgen Klopp affida a queste parole il travagliato encomio, il sanguinoso divorzio che non ha superato la crisi del settimo anno. Lascia il Borussia Dortmund perché una persona follemente innamorata non riuscirebbe mai a vedere la sua creatura distruggersi sotto la sua guida. Ma il comandante non abbandona la nave, le lascia in mani sicure, pronta a risorgere dalle sue ceneri come l’araba fenice. In quella Magonza dove i caratteri mobili hanno preso forma, lui ha cominciato a scrivere la sua storia muovendo gli ultimi passi da calciatore ed i primi da allenatore, portando il piccolo Mainz in Bundesliga. Viene ingaggiato dal Borussia perché la sua idea di calcio totale ha radici dai colori sbiaditi, ma è tremendamente moderna. Il suo mentore è il maestro della generazione di allenatori che ha imposto il suo calcio in Italia ed Europa: Arrigo Sacchi.  Klopp riadatta quel 4-4-2 classicheggiante, cancellando il libero difensivo e arretrando una delle due punte, trasformando il dieci in fantasista, la chiave di volta del sistema. Il tecnico tedesco ha il merito di esaltare la classe proletaria dei giocatori e renderli dirigenti di alto livello. Il Borussia nei successivi 7 anni vincerà tutto in Germania, superando il calvinismo blaugrana, con una controriforma che segnava una nuova via da seguire.

Mentre dalle parti del Camp Nou la strada maestra era impressa dall’ipnotico possesso palla orizzontale e un ossessivo pressing offensivo, al Signal Iduna Park è raro vedere più di quattro passaggi consecutivi; tutto sta nel ribaltamento di fronte improvviso merito di un pressing essenzialmente difensivo, per lasciare alle spalle dell’ultima linea avversaria le praterie necessarie per scaricare sul campo i cavalli delle frecce esterne. Per due anni di fila il Bayern si deva inchinare al successo della macchina perfetta. E per la città delle quattro ruote è un boccone amarissimo da digerire. L’unica soluzione che trovano a Monaco è quella di comprare a peso d’oro gli interpreti, per estradare un meccanismo che solo nella valle della Ruhr poteva essere perfetto. Il giocattolo si rompe proprio nella casa del calcio in quel Wembley ringiovanito, ma che con la sua monumentale grandezza poteva rappresentare una cornice perfetta per coronare una favola. Dall’altra parte del campo però come in uno stallo alla messicana, c’era quel Bayern Monaco pieno zeppo di ex. Il volo delle vespe si schianta a novanta secondi dal triplice fischio, è la fine. Il lento arrestarsi di una macchina perfetta, che si è scoperta fragile, smontata dall’esterno dagli invidiosi che volevano a tutti i costi i pezzi più pregiati. Il Borussia ha perso quelle chiavi, che accendevano il motore del suo gioco,dopo quei numeri 10 che nel tempo si sono alternati, Klopp non è più riuscito ad inserire il fantasista in grado di continuare a far funzionare il meccanismo. Ha capito di non essere più funzionale per un Dortmund troppo lento e compassato, per lui che per cento metri sono sufficienti quattro passaggi. Ha deciso di farsi da parte, nonostante un legame viscerale con questa città. Farà il salto di qualità, pronto per una big d’Europa nella quale magari ritroverà uno dei suoi tanti talenti. Auf wiedersehen Jürgen.