“Totti è quell’unica voce che proviene dalla curva quando il numero 10 entra in campo, è l’incarnazione della romanità, l’emblema della squadra, della speranza della tifoseria e delle ambizioni di una delle sponde del Tevere.” Non bastano le parole dei tifosi per descriverlo, perché spiegare il talento di Francesco in due righe non è possibile, ma questo è quello che pensano i suoi tifosi, quelli che l’hanno accompagnato fin dall’inizio con il numero 20 fin sulla vetta del mondo con la maglia azzurra. Non lascia tempo a occhi disillusi, non lascia spazio a chi dice che sia arrivato al suo traguardo. Quando la palla finisce tra i suoi piedi il miracolo è ancora possibile, lo sguardo rimane incantato, il petto si gonfia, il respiro è sopraffatto da un mix di ansia e adrenalina e il cuore si è momentaneamente spostato nelle orecchie. E quando il miracolo c’è, le orecchie fischiano più forte ma la voce esce e urla solo il suo nome.

Chi ne ha avuto la possibilità l’ha visto crescere, da ragazzetto romano che canzonava gli avversari, e invecchiare, a padre di due bambini che lo guardano fieri e orgogliosi dalla tribuna. Nonostante il ruolo sia cambiato la sua capacità d’inserirsi tra i giocatori rimane la stessa, un attimo prima non si vede, l’attimo dopo è protagonista di un gol. Come nel 2001 nel’atto conclusivo contro il Parma, quando era ancora il trequartista di un tridente magico: Batistuta, Totti, Montella. Candela prende palla e tira un rasoterra dall’angolo, una linea retta verso il dischetto del rigore, Batistuta davanti al portiere, Montella si sbraccia e divincola, è libero a pochi metri dalla porta, ma quel cross non è stato disegnato per lui. L’inquadratura è leggermente spostata verso destra, Totti compare in corsa quasi come dal bordo dello schermo e sfodera un destro dei suoi, ed è gol, e sarà tricolore appuntato sulla maglia giallorossa.

“E’ vostro”, umile come adesso quel numero 10 di quattordici anni fa, senza maglietta sotto la curva e coi capelli lunghi. Ma questa è solo una delle indimenticabili reti segnate dal Capitano, insieme alla punizione a San Siro, si proprio quella che scavalcò l’intera barriera rossonera, o l’interminabile corsa che lo portò al gol contro la Sampdoria nel 2004, quando più che un atleta sembrava un computer in grado di calcolare l’esatta distanza dalla sua posizione alla porta avversaria e la palla scivolava in avanti senza che un solo avversario la potesse toccare. Ma il tempo passa, e il Totti atleta è stato sostituito da un Totti più statitico (complice l’infortunio di Vanigli), ma non ha ancora perso quel fiuto e quell’amore per il gol che l’ha sempre contraddistinto. E chi ne ha dimestichezza, le magie sa farle anche a 38 anni. Se il derby romano è conosciuto in Italia per essere la partita con la P maiuscola per le due squadre protagoniste, di certo Totti è conosciuto per essere l’uomo derby, e l’ha dimostrato sotto la sua curva lo scorso gennaio quando quasi quarantenne si è alzato in una sforbiciata e ha bucato la rete di un Marchetti che anche volendo, la palla non l’avrebbe mai presa.

Cariatide? Ma dove. Un grande nel calcio di oggi che non ha voluto essere riposto in un angolo, o lasciarsi applaudire da un calcio lontano da quello della Serie A italiana come hanno fatto suoi coetanei, colleghi e amici come Del Piero e Cannavaro. Totti è sempre stato il volto della Roma nelle prime pagine nazionali e internazionali, vuoi per il selfie beffardo sotto la sud o per lo sputo a Poulsen e il calcio a Balotelli che gli conferirono quella nomea di bad guy che lo ritrasse per parecchi anni. Ma non solo questo. È stato anche il volto di un calciatore tanto sfacciato sul campo quanto timido e impacciato davanti alle telecamere, deriso dal pubblico del piccolo schermo per la figura da imbranato nelle pubblicità o per il livello di inglese canzonato dall’amico Nadal. E alla soglia dei 39 anni, chi è Francesco? Rimane il capitano di una squadra che, nonostante abbia sempre poggiato sui suoi colpi da maestro, non è mai riuscita a vincere molto e che presto o tardi dovrà imparare a fare a meno del suo Pupone. Ma come ha affermato lui stesso, la maglia numero 10 non verrà ritirata, altri dopo di lui dovranno renderle omaggio. Auguri Francè.