È un compito difficile quello dell’allenatore. Un vero e proprio manager aziendale. Deve essere in grado allora stesso tempo di gestire un gruppo di oltre 24 giocatori, cercando di fare il bene sportivo ma soprattutto economico della società, il suo vero datore di lavoro. Eppure è la prima pedina ad essere fagocitata in caso di scarsi risultati. Una squadra di calcio sceglie il proprio tecnico in base al curriculum e due sono le caratteristiche che contraddistinguono la maggior parte di loro. Quelli in grado di tirare fuori il meglio dai propri uomini, facendo fare il salto di qualità anche alle nuove generazioni, creando un surplus per la società. Poi ci sono i top manager, che hanno come compito principale quello di far coesistere con la stessa maglia tanti fenomeni, creando un gioco di squadra, senza far stonare i solisti.

In questi ultimi anni è emerso un altro compito, forse ancora più importante per i sentimenti dei tifosi: quello di gestire la fase calante di una bandiera della squadra. Deve fare i conti con la voce romantica dei tifosi, che memori di passate gesta, vorrebbero godersi ogni minimo istante delle giocate del loro paladino. E gestire la necessità societaria, che ha come unico obiettivo la vittoria: raggiungibile soltanto attraverso la disposizione di una squadra dinamica atleticamente, condizione non più caratteristica di chi si avvia verso la fine della carriera. Molti sono stati gli esempi di una gestione con un mancato lieto fine. L’undici degli addii infelici potrebbe essere schierato con un 3-4-3: in porta il madridista Casillas, una difesa tutta italiana da far brividi Maldini, Nesta e Materazzi. Centrocampo dalla discreta qualità e dalle geometrie millimetriche Gerrard, Xavi, Pirlo, Beckham. In attacco scelte obbligate, quasi da far scendere la lacrimuccia Inzaghi, Raul e Del Piero.

Francesco Totti non è ancora presente nella rosa, ma nella settimana ha fatto riemergere il problema di come ammainare una bandiera. Spalletti si è trovato spalle al muro, un’altra volta in poche settimane. Ha fatto la scelta più giusta non convocando un giocatore poco sereno, di ben altra opinione invece la feroce risposta dei tifosi all’Olimpico. Il caso del capitano della Roma è paragonabile a quello di Del Piero. Entrambi simboli di una sola squadra che li ha visti crescere, lottare, soffrire e vincere. Entrambi hanno dovuto fare i conti con un contratto in scadenza e un allenatore – nel caso di Francesco Totti due- che non vedeva nel numero 10 una pedina inamovibile. In principio fu Conte, ora il tecnico di Certaldo. Tutti e due hanno preso una decisione impopolare, ma dai proficui dividenti. Il CT della nazionale portando a casa tre scudetti di fila, l’ex Zenit inanellando una serie di cinque vittorie consecutive.

Non si potrà avere la controprova, difficile sapere se veramente queste bandiere sono state ammainate dall’allenatore, che ha portato la carriera di una leggenda verso la fase calante o se lo scorrere del tempo ha reso inevitabile il ritiro dal rettangolo verde. La risposta potrebbe arrivare da quei giocatori che si sono fatti da parte, vestendo sempre i panni da protagonisti. È il caso di Javier Zanetti, ancora presente tra i tasselli dirigenziali dell’Inter. Ma soprattutto è il caso di Ryan Giggs, ritiratosi dopo 672 partite con la maglia del Manchester United. Ha salvato i Red Davils dalla disfatta interpretando il ruolo allenatore e giocatore allo stesso tempo. Negli ultimi anni aveva visto ridurre sensibilmente il minutaggio, ma anche in quei brandelli di partita messi a disposizione, impreziosiva di giocate la prestazione.

Per questo alla contemporanea eclissi del campione, deve esserci una maggiore attenzione da parte del tecnico. Dato che anche un vecchietto che si avvicina ai quaranta anni è ancora in grado di combattere per quella maglia che ha servito per tutta la carriera. Perché una condottiero non alza mai bandiera bianca, piuttosto combatte fino alla fine, sempre per la sua squadra.