di Andrea Lambertucci

15 dicembre 2015, stadio Marassi di Genova, ore 21:00 circa; i tifosi del Genoa hanno appena esultato per il gol di Pavoletti e non per il passaggio ai quarti di finale. Infatti il gol dei rossoblù arriva a tempo pressoché scaduto e sancisce che l’ottavo di finale Genoa-Alessandria si deciderà ai supplementari: 1-1. I sostenitori del Grifone (il club calcistico più antico in Italia) vedono così i loro giocatori affrontare i 30’ dei supplementari con il volto angosciato e l’animo impaurito; alla fine, nonostante l’infortunio dell’alessandrino Manfrin lasci il club di Lega Pro in 10 contro 11 per tutti i supplementari, la squadra allenata da Angelo Gregucci riesce a trovare il 2-1 con una rete di Bocalon.

Ore 21:30, scoppia il delirio sugli spalti del Ferraris. I tifosi dell’Alessandria, che due settimane prima avevano visto i loro beniamini espugnare il Renzo Barbera di Palermo, esplodono in un’esultanza irrefrenabile per questa impresa storica: i ragazzi di Gregucci sono la terza squadra della terza serie italiana ad approdare in un quarto di finale di Coppa Italia, dopo il Monza (1938-1939) e il Bari (1983-1984). La tifoseria genoana, dimostrando un’enorme sportività, chiama a sé i “grigi” e li onora con una standing-ovation.

16 dicembre 2015, stadio Olimpico di Roma, ore 17:30; lo Spezia Calcio batte la Roma più brutta degli ultimi trent’anni e affronterà nei quarti di finale l’Alessandria. La Serie B contro la Lega Pro. Il calcio che capovolge se stesse e le proprie gerarchie. I campioni della Serie A che non riescono ad opporsi alla grinta e all’unione di gruppi di giocatori motivati, umili e coesi come ogni vera squadra dovrebbe essere. L’Alessandria, inoltre, è l’emblema di una città intera che risorge dalle proprie ceneri; come la squadra, infatti, anche il comune di Alessandria ha passato un periodo buio e di profonda crisi, dal quale si sta riprendendo lentamente, anche grazie allo spirito festoso che i successi del club ha portato tra gli alessandrini.

La compagine piemontese, ad oggi, è prima nel campionato di Lega Pro Girone A, è in corsa per la Coppa Italia Lega Pro e, come sappiamo, avrebbe la possibilità di qualificarsi per le semifinali di Coppa Italia se dovesse riuscire ad imporsi sullo Spezia Calcio di Domenico Di Carlo, all’Alberto Picco di La Spezia, il prossimo 20 gennaio. Una partita che affascina e incuriosisce gli appassionati di calcio, ma che preoccupa le alte sfere della FIGC: se da un lato è positivo vedere squadre di categorie inferiori riuscire a competere con le “big” della Serie A, vi è d’altro canto una forte preoccupazione riguardo alle strategie (evidentemente inefficaci e inadeguate) approntate dalle compagini di spessore del nostro calcio (come Genoa e Roma) in materia di rosa, staff e dirigenza. Il rischio, infatti, è quello di un livellamento del calcio nostrano verso il basso con categorie equipollenti e inscindibili.

Perché il calcio è capace di raccontare una propria epica, fatta di piccoli episodi e magnifici aneddoti, sia dentro che fuori dal rettangolo di gioco, ma questo non può bastare per spiegare le debacle congiunte di Genoa e Roma. L’Alessandria (come anche lo Spezia) ha scritto una pagina indelebile del calcio italiano e ha sancito la morte clinica di un sistema che riversava da anni (probabilmente dal post Germania 2006) in uno stato comatoso: un allenatore preparato e volenteroso, una rosa coesa e piena di giovani talenti italiani, scartati inspiegabilmente dal calcio che conta (si vedano Manuel Fischnaller o Manuel Marras), e una società sfrontata che riesce a riavvicinare la tifoseria alla squadra e allo stadio, facendo concentrare le speranze e i sogni di un’intera città sulle spalle dei propri beniamini.

E’ l’esaltazione di un calcio che sembra scomparso e desueto, di un calcio che ha il sapore del terriccio sotto i tacchetti e della palla di cuoio; è l’esaltazione dell’antitesi al “calcio moderno”, fatto di fantamilioni spesi per giocatori stranieri che vengono presentati come astri nascenti, ma che si rivelano troppe volte meteore in fase calante. E’ la vittoria del sudore sulla classe, della grinta sul denaro, della voglia, dell’amore, della passione e della determinazione sul fragile meccanismo dei “premi-partita”.

E’ il quarto di finale più calcistico degli ultimi vent’anni: la favola dell’Alessandria e la rinascita del capoluogo di provincia piemontese contro l’organizzazione tattica di una solida realtà della nostra cadetteria, come lo Spezia. In poche parole: è l’apoteosi del calcio, ma del calcio vero, quello che tutti noi amiamo, quello che si respira ogni giorno nei campi di periferia, quello antico ed ancestrale, quello che porta gli occhi innocenti e splendenti di un piccolo bambino che tira per la prima volta un calcio ad un pallone.