Albert Camus è un autore noto, un autore apprezzato. Uno di quegli autori che nascono col dono della comunicazione, che sanno esprimere i concetti più adatti al proprio tempo nelle forme e nei modi più adatti al proprio tempo. Così come d’ Annunzio, Zola o Pasolini, Camus ha saputo parlare ai propri contemporanei, creando intorno a sé un connubio di successo ed onestà intellettuale. Cosa non da poco per un autore nella società di massa. Però, se è vero che non è passato inosservato, si può dire che sia stato compreso fino in fondo?

Cosa significava, nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, sollevare il problema dell’assurdo umano? E che senso aveva, alla fine della stessa guerra, elevare la solidarietà umana, quasi come l’ultimo Leopardi de “La Ginestra”, a soluzione dell’assurdo stesso? Ecco, forse a queste domande non si è ancora risposto.

Non lo si è fatto, perché il Nobel gli fu conferito nel 1957: troppo presto per capire con lucidità certi temi. Non lo si è fatto, perché Camus morì nel 1960: ancora troppo presto per capire con lucidità certe riflessioni.

“L’assurdo è la lucida ragione che constata i suoi limiti” scriveva ne Il mito di Sisifo. E ancora “l’assurdo nasce dal confronto fra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo”. Ecco, l’uomo chiede, e in cambio non ha una risposta negativa o di condanna: semplicemente, non gli è concessa risposta. Camus descrive una società oppressa da un’incipiente alienazione, che ricerca spiegazioni metafisiche ed ultraterrene laddove non sembra possibile trovarne di umane, che prova a comprendersi, e che riceve in risposta solo silenzio.

Fondamentalmente esiste un distacco tra l’uomo e il mondo, un “divorzio”, una cesura che è insita nella fuga della realtà dalla logica e dalla razionalità umane. L’uomo così è spaesato davanti ad un’entità che non risponde al suo modo d’essere e di ragionare, le sue convinzioni si contraggono fino all’inesistenza, mentre il dubbio attanaglia la sua coscienza, facendolo sprofondare nell’incertezza.

E l’unico antidoto a tutto questo è la solidarietà umana. Un antidoto timido, che non guarisce il male, ma semplicemente lo allevia. Un antidoto forse illusorio, che agisce per effetto placebo, ma comunque utile.

Nel 1947 Camus pubblica il romanzo La peste, in cui, se da una parte dà voce all’importanza della solidarietà, appunto in un moto leopardiano, dall’altra sottolinea un aspetto importante della sua produzione: l’ideologia politica. Nel 1934 egli aveva aderito al partito comunista, pur distaccandosene tre anni dopo. Del resto, le critiche che Camus avanzava non solo nei confronti delle teorie marxiste, ma anche verso il panorama intellettuale a lui contemporaneo più di una volta gli costarono care in termini di isolamento dal mondo culturale ( il caso Sartre fu forse l’esempio più lampante). Si tenga in mente anche il periodo in cui l’autore francese muoveva i propri più importanti passi; un periodo storico in cui non solo la ragione umana venne utilizzata per calcolare, misurare, programmare ed infine schiacciare e disumanizzare l’essere umano, ma in cui i rapporti tra intellettuali e carnefici sono spesso stati fin troppo floridi.

C’è la religione, nel pensiero di Camus: la religione come una malattia, come un bacillo che infetta e contagia. C’è il turbamento nei testi di Camus: il turbamento di un uomo che deve convivere col male prodotto dalla propria società. C’è l’espressione di un disorientamento e di un’alienazione che sono la voce, il grido di dolore dell’uomo che ha vissuto il secolo più tragico, disastroso e nichilista che la Storia ricordi. Ma non c’è pessimismo. Neanche davanti ad un quadro così desolato ed ostile la felicità cede il passo alla malinconia:Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

Sisifo, l’uomo, rinnega Dio, si emancipa e vince il nichilismo. Sisifo, l’uomo, ora è felice.