Ai confini dell’Europa c’è una linea di demarcazione. Un muro molto più efficace di quelli costruiti dagli Stati Balcanici per arrestare inutilmente l’immigrazione. Lo stretto del Bosforo, una spada d’acqua che penetra nel Mar Nero e separa il continente asiatico dall’Europa. C’è una città che fin dal IV secolo d.C ha il difficile compito di collegare due Continenti ed ha l’illusione di riuscire a mescolare, con le acque che bagnano le sue rive, due religioni e ideologie, la cui distanza più che in chilometri si dovrebbe calcolare in anni solari.

Uno squarcio culturale che è tornato a galla nella settimana in cui, il Vecchio Continente ha dovuto fare i conti con quelli che vedono il sole tramontare al di là del mare dello stretto. I fischi durante l’amichevole tra Turchia e Grecia, seguiti dai cori inneggianti Allah, nel minuto di silenzio in memoria delle vittime degli attentati di Parigi, ha urlato una denuncia rimasta incompresa. Quel segno di disapprovazione ha rotto la sacralità di un vuoto silenzio, innalzando ancor di più il muro tra le due fazioni. Da una parte i più radicali hanno frainteso quel raccoglimento come emblema religioso estraneo ai loro ideali.

Dall’altra, la maggior parte dei fischi proveniva dalla radicata consapevolezza che, il frastuono delle vittime francesi, ha una cassa di risonanza mediatica maggiore rispetto ai numerosi attentati che nell’ultimo periodo hanno colpito la Turchia. Eppure questa lontananza sembra voler per magia dileguarsi quando, ciclicamente Erdogan torna a far pressione per l’entrata del suo Stato nell’Unione Europea, Un Unione Europea che fin dal suo Preambolo del trattato istitutivo, traccia una precisa linea di demarcazione, la quale ispirandosi alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, si allontana dalla realtà del paese mussulmano.

I punti di conflitto sono molti: dall’ammissione del genocidio degli Armeni e quello degli Assiri, dal riconoscimento della Repubblica Turca di Cipro Nord, fino all’insufficiente salvaguardia dei diritti umani e civili all’interno dei propri confini. Una domanda di adesione che dal 1987 rimane inascoltata come quella denuncia avvenuta al Başakşehir Fatih Terim Stadium. Un’altra occasione persa, in una cornice istituzionale che ha visto anche il presidente greco Tsipras presente in tribuna, provare ad avvicinare i due Stati. Confinanti sì, ma separati questa volta da un vero muro, giuridico e ideologico.

Con il paese ellenico padre fondatore di quegli ideali europei. La Grecia ha altresì il compito di essere l’ultimo paese prima di quella che è vista come la minaccia mussulmana alle porte dell’Unione. Sul piano calcistico la Turkish Football Association ha aderito all’UEFA nel 1962. Un apertura di facciata non seguita dai fatti. Dei 23 giocatori convocati per l’ultima amichevole solo cinque scendono in campo fuori dai confini turchi. Escluso Arda Turan sbarcato alla corte blaugrana, gli altri quattro componenti scendono settimanalmente in campo nella Bundesliga, dato da escludere nella media ponderata, vista la politica permissiva del paese tedesco. L’Europa forte dei suoi ideali, non accetta il comportamento opportunista della Turchia. Due ideologie che distano soltanto pochi chilometri in linea d’area, ma che sono separati anni luce nel pensiero.